lunedì 14 marzo 2011

COMPRENSIONE DELL'ESSERE - 3


L'IMPOSSIBILITA' DEL DIVENIRE

La filosofia sin qui non ha visto come il pensare l’annientamento di ciò che non appare pregiudichi la possibilità stessa dell’essere dell’essere. Nel cui seno non può verificarsi l’annientamento di nessuna cosa, neppure della più piccola ed insignificante, e di nessuno spazio temporale, neppure della infinitesimale parte di un attimo, se non a scapito dell’annientamento dell’essere stesso.
Per permettere ciò che erroneamente è visto come il divenire (ovvero l’oscillazione di ogni cosa dal nulla all’essere e dall’essere al nulla) occorre che il tutto conservi la propria integrità, che l’uno rimanga indivisibile. Per la fede nel divenire la parte è invece separata dal tutto e lo spazio temporale è separato dal tempo eterno.
Cosicché avremmo l’assurdo di un tutto mancante delle sue parti e di un tempo eterno impossibilitato a manifestarsi nei necessari limiti temporali della mondanità.
Data per evidente ed indiscutibile la premessa di un mondo diveniente, una premessa che andrebbe invece discussa perché il divenire del mondo è tutt’altro che evidente, è perfettamente comprensibile come le conclusioni che dovrebbero condurre ad una definizione dell’essere portino a strade senza uscita.
Per una ratio calcolante così come per la percezione sensoriale costituisce certamente un problema condurre la molteplicità delle cose e delle forme ad una unicità sostanziale. Per la metafisica basata sulla razionalità calcolante e per l’empirismo votato fiduciosamente alla capacità conoscitiva dei sensi, la diversità delle cose e degli enti che appaiono nel mondo sono difficilmente riconducibili alla identità. Il tentativo più alto di giungere alla identità dei diversi è dato dalla dialettica hegeliana , la quale tuttavia non si compie mai in via definitiva, ripetendosi all’infinito il movimento che vuole l’ assunzione dell’altro da sé nello stesso sé per superarlo in un superiore e nuovo sé. Proprio perché anche la dialettica di Hegel è partecipe della dimensione diveniente, non si dà una circolarità compiuta, nella quale si riconosca una volta per sempre l’unità del molteplice.
Secondo una armonia ed una gioia del tutto che sono iscritte nella verità dell’essere.
Ma che la cultura dominante, sin dai suoi esordi, non può scorgere in quanto deviata irrimediabilmente da un retto percorso logico in cui prevalga una razionalità che non sia quella scientifica. Una razionalità cioè che non si basi su di un processo ipotetico e falsificabile, ma che proceda avendo in sé come fine la ricerca della verità, una ed incontrovertibile.
La discussione che siamo andati sin qui sviluppando non ha portato elementi del tutto nuovi rispetto a quelli già noti ai precursori della filosofia: ha tuttavia fatto proprie quelle analisi che conducono al punto fermo di una inconciliabilità tra l’essere ed il divenire. Che costituisce piuttosto una scelta di campo precisa che segna un distacco rispetto alla maggior parte delle teorie formatesi lungo tutto il corso della storia della filosofia.
La nascita della filosofia coincide con l'evocazione del nulla quale concreta opposizione all'essere.
Il nulla non è più soltanto il positivo significare di sé ma è quel 'solido nulla' di cui parla Leopardi (il primo pensatore capace di scandagliare l'abisso del nichilismo sino a vederne le radici) .
Ma come è stato possibile considerare ciò che non appare come il nulla? La pre-esistenza di ciò che appare limitatamente nel tempo come il provenire dal nulla e la sua successiva esistenza come il ritornare nel nulla? L'esperienza non può testimoniare alcunché rispetto al passato di ciò che sopraggiunge e allo stesso modo del futuro che lo attende quando non è più presente allo sguardo di chi si trattiene nell'apparire.
Tanto basterebbe per impedire di affermare che il passato ed il futuro di ciò che appare siano il nulla, magari nella forma edulcorata del non essere. La distinzione tra nulla assoluto (nihil absolutum) e non essere la dice lunga sui dubbi che tormentavano grandi pensatori come Platone ed Aristotele e tutti coloro che li hanno preceduti e seguiti.
Una differenza che avrebbe dovuto evitare l'errore del nichilismo: per quanto sottile e ben argomentata, tale differenza ha tuttavia la sembianza di un escamotage che non cambia la realtà delle cose.
La storia della filosofia è la storia del nichilismo e la distanza tra chi vede Dio e chi vede il Nulla, tra i naturalisti e gli spiritualisti, tra i nominalisti ed i realisti, tra i positivisti e gli idealisti è più legata alla forma che alla sostanza. Tutte teorie la cui distanza o opposizione è solo apparente, venendo meno rispetto alla stretta comunanza che le legano alla fede nel divenire, ovvero all'essere, tutte, di segno nichilista.
L'essere è la Totalità di ogni cosa, dell'apparire e del non apparire, ed in sé comprende come negato il nulla (la cui valenza sta unicamente nel suo positivo significare, ovvero nella necessità del suo nome perché il linguaggio possa dire dell'unica realtà dell'essere). In tal senso si può affermare, con Heidegger, che 'il linguaggio è la casa dell'essere'. Ma se per Heidegger l'essere è nella identità con l'apparire, fuori dal nichilismo, l'apparire è anche l'apparire della necessità del non apparire. Si vuol dire che il qualcosa di determinato in cui consiste sempre l'apparire esige una realtà più ampia della propria determinazione, una origine che la trascende e proprio perché trascendente, non appare.
Ma quando si pensa che il non apparire sia il nulla o il non-essere è quando non si riesce a comprendere come il non- apparire e l'apparire siano strettamente uniti nella totalità dell'Essere, ed il ciò che è (l'esistente) sia in stretta relazione con ciò che lo trascende, ovvero con tutto ciò che pur non apparendo non si può dire che non esista. Il fatto di non vedere una cosa non consente di affermare che questa cosa non esista.
Il nichilismo non riesce, come appena accennato, a comprendere come l'esistenza della singola cosa, dell'ente particolare sia possibile in quanto il proprio limite temporale e spaziale è il risultato del trascendentale. Il trascendentale (nome proprio dell'Essere) è l'illimitato, l'infinito. L'Eterno. L'esistenza di una cosa (il suo sopraggiungere nel cerchio dell'apparire) non inizia o termina con la sua presenza, in quanto essa è possibile per lo stare di ciò che la precede e la segue. E questo stare impedisce di concepire il prima ed il dopo di una presenza come assenza (ed in quanto tale come non essere o nulla).
Ma non potendo vedere il tutto (contraddizione C individuata da Emanuele Severino), non possiamo vedere la costituzione trascendentale che determina il limite della presenza temporale dell'ente.
Alberto Re

sabato 5 marzo 2011

COMPRENSIONE DELL'ESSERE - 2

L'ESSERE (2a parte)

L’evidenza dell’apparire delle cose, degli enti, sarebbe in qualche modo negata. Se non proprio semplici nomi, come sosteneva Parmenide, ciò che appare verrebbe posto in una relazione problematica con l’essere concreto, con la cosa in sé.
Se è vero, come si diceva poc’anzi, che ogni possibile conoscenza non può prescindere dalla percezione sensoriale del qualcosa che è, è però altrettanto vero che i sensi sono facilmente inclini all’errore; sono, per loro intrinseca natura, fallaci.
E dunque, se non si può fare cieco affidamento su di una assoluta autonomia della ragione, neppure si deve presumere una infallibilità dei sensi secondo il modo di un empirismo ingenuo. Le conclusioni raggiunte dall’empirismo puro fanno il paio con quelle raggiunte da una metafisica misticheggiante. Dove l’essere è compreso come uno sfondo irreale su di un palcoscenico reale (la vita) che vede incessantemente ora l’apparire, ora lo sparire, della infinita molteplicità di cose ed eventi che costituiscono il mondo. Questo mondo che a sua volta può essere considerato empiricamente come la sola realtà vera o può essere considerato misticamente come qualcosa di illusorio, avvolto com’è da un velo (il velo di Maia) che lo separerebbe dalla sostanza concreta dell’essere. Lo sfondo che costituisce la possibilità di ogni apparire continuerebbe in entrambi i casi a permanere in un alone impalpabile ed etereo.
Siamo in generale in presenza di una fede in una dimensione del reale eternamente diveniente. Una fede in cui non è avvertita la contraddizione di un eterno che rinuncerebbe alla sua natura di sostanza immutabile per mutare nelle infinite forme del divenire e di un divenire che condurrebbe ad una fissità eterna del mutamento.
Questa contraddizione che Nietzsche cercò vanamente di risolvere con la teoria dell’eterno ritorno ricorre costantemente alla base della cultura, di ogni tipo di cultura, dalla sua origine sino ai giorni nostri. Il linguaggio, che ne è l’espressione, ne rimane profondamente contaminato cosicché le definizioni dei concetti fondamentali per la conoscenza appaiono lontani dal cogliere il vero.
Termini come uomo, vita, coscienza, anima, mondo, storia, pace, guerra, bene, male etc…etc… assumono significati che non corrispondono alla verità dell’essere.
Forse anche per questo Parmenide considerava le cose del mondo come semplici nomi senza nessuna realtà. Fu per salvare il mondo dall’annientamento a cui sarebbe andato incontro tenendo per buona la tesi di Parmenide che Platone fu costretto in seguito a concepire gli enti come divenienti, a considerarli in rapporto con l’essere fin tanto che essi apparivano ed un nulla quando essi non apparivano più.
Non un nulla assoluto (nihil absolutum) certo, ma un nulla comunque sufficiente a negare il radicamento eterno di ogni cosa all’essere. Così, ad esempio, si giunge all’assurdo per cui il tempo che segue la morte dell’individuo non appartiene più al tempo eterno entro il quale stava il limite temporale del vissuto dell’individuo. L’essere che ha determinato l’esistenza dell’individuo ad un certo punto lo abbandonerebbe in una dimensione senza tempo. Ciò in aperto contrasto con la sua propria natura che rende possibile il limite temporale di ogni ente e l’esistente stesso unicamente se determinati all’interno del non-limite (apeiron) caratterizzante l’eterno.
Alberto Re

mercoledì 2 marzo 2011

COMPRENSIONE DELL'ESSERE - 1


A partire da oggi pubblico il mio saggio 'COMPRENSIONE DELL'ESSERE'. Lo pubblico dividendolo in brani che abbiano più o meno la stessa lunghezza.


AVVERTENZA

Ad un lettore attento ed informato non sfuggirà che le mie annotazioni sono in larga misura ispirate dalla filosofia di Emanuele Severino. Se il cuore della filosofia è la ricerca della verità, allora Emanuele Severino, se non il solo, è certamente tra i pochi che continuano a sostenere la centralità della filosofia rispetto ad ogni altro sapere specialistico, a evidenziare che unicamente dalla filosofia può venire una critica o una messa in discussione della filosofia stessa. Ed è ciò che Severino, da la ‘Struttura originaria’ sino a ‘La Gloria’ ed ‘ Oltrepassare’ passando per ‘Essenza del Nichilismo’ e ‘Destino della Necessità’ (per citare solo alcuni dei testi più significativi) fa. Pur evidenziando la grandezza della filosofia nel corso della sua storia, riesce a scorgere in questa grandezza un errore decisivo che ha segnato tutta la cultura occidentale ed ormai del mondo intero: la fede nel divenire. Egli vi contrappone l’eternità di ogni essente, dal più effimero al più elevato. L’eternità del tutto è nel destino della necessità. In questo nesso indissolubile ed incontrovertibile sta la verità, che parla all’uomo della sua Gloria e della sua Gioia.
Fatta questa doverosa avvertenza, va anche detto che ‘Comprensione dell’essere’ non è un trattato critico del pensiero di Severino, ma ha una sua ‘autonomia originale’ , volendo essere un contributo modesto e tuttavia seriamente impegnato a seguire la strada che porti ad una ‘Filosofia Futura’.



“Quando ai popoli apparisse l'eternità di ogni cosa, incomincerebbe ad apparire un mondo inaudito di abitare la Terra. E se l'uomo è volontà, ossia volontà che qualcosa divenga altro, il tramonto del divenir altro sarebbe il tramonto dell'uomo, ossia sarebbe l'apparire dell'oltre l'uomo”
EMANUELE SEVERINO da 'Nascere'




L'ESSERE

Dai primordi della filosofia, prioritaria e fondamentale è sempre stata l’interrogazione sull’essere.
D’altro canto si deve dire che la filosofia è essenzialmente filosofia dell’essere.
Ma nonostante che il problema sia stato sviscerato in tutti i suoi aspetti e da ogni lato, esso rimane tuttora insoluto.
E’ che l’essere sfugge a qualsiasi tentativo di oggettivazione. Esso non è percepito direttamente ma solo attraverso la presenza dell’ente, del ciò che è, della determinazione del qualcosa. Avviene che il fondamento esistenziale che rende possibile la determinazione del qualcosa rimane nascosto alla vista di quell’ente particolare (perché l’unico dotato di pensiero) che è l’uomo. Da parte dell’uomo c’è insomma visione della molteplicità delle cose che appaiono ma non della causa che rende possibile il loro apparire.
La luce che avvolge ogni singola esistenza e che è all’origine del proprio apparire si nega dunque alla percezione sensoriale dell’uomo. Questa luce che la ragione intuisce essere lo sfondo necessario per l’apparire di ogni cosa, non appare.
Una differenza ontologica che è carica di profonde conseguenze. La prima delle quali induce a pensare l’essere come pura entità metafisica, che è cioè al di là ed altro rispetto alla molteplicità degli enti. Di qui alla confusione dell’essere con il nulla il passo è breve così come lunga è la strada che contrassegna la storia della filosofia come storia del nichilismo.
Non che in tutti i grandi pensatori non sia ben chiara la netta opposizione tra l’essere ed il nulla. Il nichilismo non arriva mai alla negazione del reale. Ciò che rende possibile il nichilismo è la speculazione di segno negativo su ciò che, non apparendo, costituisce tuttavia la radice di tutta la realtà. Che esista una radice comune per ogni manifestazione del reale è parimenti compreso da tutti i grandi filosofi, per i quali ogni cosa non può originarsi da sé come fosse il risultato del tocco di una bacchetta magica, ma è in relazione alla universalità di ogni altra cosa, presente, passata e futura. Tuttavia l’impossibilità di avere esperienza dell’essere come la si ha di ogni ente particolare porta alla sua definizione come non-ente. Il ni-ente e l’essere, nonostante ogni ragione e volontà contraria, diventano la stessa cosa. Ed è questa sensazione, più profonda dell’inconscio studiato dalla psicoanalisi, che investe la vita del mondo che viviamo. E che è all’origine dello stato di conflitto permanente, dell’angoscia, della paura, del dolore. Della follia.
C’è evidentemente un errore che precede la natura stessa del pensiero umano, iscrivendosi nel destino stesso dell’essere. Quel destino che informa il tempo dell’uomo (la sua storia come la sua preistoria) portando con sé il segno di una verità che non può o non vuole mostrarsi nella sua totalità, nascondendosi invece dietro l’oblio di ciò che la costituisce, ovvero dell’essere.
D’altro canto il senso che conferiamo all’essere non appartiene ad uno dei cinque sensi attraverso i quali noi possiamo percepire la realtà e che costituiscono i mezzi attraverso i quali si dà la conoscenza. E che rappresentano altresì l’a-priori necessario perché si possa dare forma alle stesse idee, che proprio perché superano la materialità soggetta al riconoscimento dei sensi, dai sensi trovano il proprio alimento per la produzione di ciò che è astratto. L’astrazione intellettiva per essere oggetto di conoscenza non può dunque porsi prescindendo dalla realtà sensoriale o addirittura prefigurando il proprio risultato a partire dal cosciente disconoscimento dell'apporto dei sensi. Una siffatta formulazione metafisica riuscirà al meglio a sconfinare in un vuoto misticismo che ha come sua caratteristica quella di non avere alcun rapporto con nessun oggetto o forma eidetica. Per il misticismo il tutto è il nulla ed il nulla è il tutto. Calandosi il pensiero in questa prospettiva, è chiaro che le idee sull’essere che sono andate via via prospettandosi non sono riuscite a dire nulla sulla realtà dell’essere stesso. Hanno prodotto anzi intorno al problema dell’essere un alone di mistero che non ha ragione alcuna di persistere. Ma che ha contribuito largamente a determinare l’errore fondamentale di una identità tra l’essere ed il nulla che è la causa principale della vita alienata.
Dunque la via del misticismo non solo non porta da nessuna parte, ma è carica di conseguenze nefaste al fine di un corretto uso della ragione. Per il quale uso resta interamente valido quanto affermato da Kant.
Ponendo chiari limiti alla ragione pura ed alla ragione pratica, si evitano certamente fughe in avanti del pensiero in una regione metafisica dove non esisterebbero confini per ogni tipo di fantasia o credenza.
Questi stessi limiti determinerebbero però, all’opposto, l’impossibilità di dare ragione ed espressione alla illimitatezza della realtà dell’essere. Una realtà che continua così a rimanere nascosta, questa volta a causa della presunta inconoscibilità della cosa in sé.
(continua)
Alberto Re

venerdì 25 febbraio 2011

UNA SVOLTA FILOSOFICA - PAROLE


PAROLE

Cerco parole che non trovo sul mio vecchio vocabolario.
Cerco parole che mi facciano capire il senso dell'esserci nel mondo.
Quelle sin qui usate e abusate non riescono più a spiegarmelo.
Che cos'è l'io? Che cos'è il sé?
Che cos'è la vita? Che cos'è la morte?
E poi anima, spirito, coscienza, intelligenza, ragione, cosa sono?
Gli uomini più saggi hanno scritto volumi intorno a queste astrazioni,
convinti in cuor loro di essersi impossessati della loro conoscenza.
Peccato che hanno impiegato altre astrazioni come 'logica', 'dialettica', 'fenomenologia',
'empirismo', etc...etc...', anche loro bisognose di una chiarificazione.
Nessun dubbio sulla grandezza del pensiero di un Aristotele, di un Cartesio, di un Kant,
di un Heidegger e così per decine di altri filosofi.
Per anni la lettura delle loro opere è stata avvincente e formativa.
Ma ora mi accade qualcosa di strano:
i concetti acquisiti ed elaborati nella concretezza del farsi carne e sangue
lasciano il posto ad una sensazione di vuoto.
Di ogni parola scritta rimane il segno grafico.,
di ogni parola detta un suono indistinto.
E' il senso che sin qui l'accompagnavano che svanisce e si smarrisce.
Il bello è che non mi sento affatto orfano di quel poco di conoscenza che credevo di possedere;
al contrario è come se mi liberassi di un fardello che appesantiva il pensiero.
Se ci immaginiamo come una casa e la filosofia come l'aria che vi si respira, che si fa in una casa quando l'aria si fa pesante e rarefatta? Si aprono le finestre perché entri aria nuova e fresca.
Non si può e non si deve cancellare quanto della vecchia filosofia è impresso nella memoria.
Per riprendere la metafora appena utilizzata, si possono però aprire le finestre del pensiero per favorirne la fuoriuscita.
Quel che la filosofia che storicamente si vuole inaugurata da Talete ha dato, ha dato.
Punto e daccapo.
Ora abbiamo dinanzi un orizzonte meraviglioso, dove si cominciano ad udire parole mai udite, ad intravedere forme mai viste. Abilitiamo la nostra stessa casa per essere pronta a ricevere una luce mai apparsa.

martedì 22 febbraio 2011

CANZONI - Testi


Nell'epoca che viviamo la canzone costituisce uno straordinario mezzo di comunicazione.
Certo molte di esse non riescono a superare il livello della 'chiacchera quotidiana' (son quelle che eufemisticamente si definiscono 'orecchiabili'), ma molte per la qualità della musica e dei testi questo livello lo superano per offrirsi come autentico prodotto culturale.
In relazione ai testi abbiamo voluto distinguerle in tre categorie: Canzoni d'Amore, Canzoni Sociali, Canzoni Esistenziali.
Apriamo la rubrica riportando le parole di una dolce canzone d'amore di Francesco Guccini: La Canzone della Colomba e del Fiore.
Alberto Re

CANZONE DELLA COLOMBA E DEL FIORE
di Francesco Guccini

Amore, s'io fossi aria, le tue rondini vorrei, per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei, quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto: tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto...
Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele, quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ; quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata, guizzan pesci tra i tuoi due fiori, rivive l' anima mia assetata rivive l' anima mia assetata, rivive l' anima mia assetata rivive l' anima mia assetata...
Amore, pensa s'io avessi una torre colombaria per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria, vederle alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani per carezzarle dentro ai miei oggi e baciarle fino a domani e baciarle fino a domani, e baciarle fino a domani e baciarle fino a domani...
Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa perchè l' anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa, quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, misteriosa come la sera, balenante come una spada balenante come una spada, balenante come una spada, balenante come una spada....
Amore, colomba, fiore, amore fragile e forte, sfrontatezza e pudore, compagna di gioia e sorte, sapore amaro e dolcezza, con l' arcobaleno fra le dita, vorrei perdermi nel tuo respiro, vorrei offrirti questa mia vita vorrei offrirti questa mia vita, vorrei offrirti questa mia vita, vorrei offrirti questa mia vita...

martedì 8 febbraio 2011

CHE VITA E' ?


Nella alienazione che impedisce il riconoscimento del proprio sé, dove in ogni vissuto della vita, in ogni rapporto intramondano l'ego è altro da sé, non si può far altro che accettare la vita, accettare la costrizione della nascita e della morte. L'istinto di conservazione e di sopravvivenza ( con Eros il segno più potente della volontà) esime dal ricorrere al pensiero nel discernimento critico del senso della vita. Questo tempo, il tempo della massima estensione della follia nichilista, non è ancora il tempo propizio perché l'umanità possa seriamente pensare a ciò che chiama vita. In questo contesto, ovvero in un mondo abbandonato dalla verità, pensare la vita sarebbe estremamente pericoloso. Senza più nessuna specie di Dio a cui aggrapparsi, l'umanità si troverebbe in uno stato di smarrimento e di disorientamento assai più grave di quello in cui già si trova.
Si sarebbe tentati di affermare che, allo stato delle cose, sia preferibile che prevalga la chiacchiera, che si creda che il non-senso abbia un senso.
Addirittura si potrebbe giungere a giudicare la follia un bene, se la follia permette di vivere una vita dove al dolore succede la noia, alla noia la disperazione, alla disperazione l'alienazione e così via. La felicità è assente, perché ciò che viene chiamato felicità o è semplicemente momentanea assenza di dolore o è il prodotto di allucinazioni della mente (si veda, a titolo esemplificativo, lo stato erotico-sentimentale dell'innamoramento). Si può allo stesso modo dire che la felicità è un sogno che perdura anche nello stato di veglia, o presunta tale.
Quando Leopardi afferma che la verità è un male e ad essa è preferibile l'illusione, coglie nel segno: se è la vita che si vuol salvare, allora è necessario che l'umanità continui a cullarsi nelle illusioni, a sognare. L'esser desti, l'esser nella verità, costringerebbe l'uomo a vedere nella vita il nulla, 'il solido nulla'.
Certo, la verità di cui parla Leopardi è la verità del pensiero nichilista (ovvero della intera filosofia), ma il senso delle sue parole rimane inalterato.
Ma se è l'ignoranza a salvare la vita, che vita è quella che viviamo?
Già abbiamo accennato che in essa è preclusa la felicità, ovvero l'aspirazione più alta dell'essere umano. Il che conduce conseguentemente alla conclusione che nella ignoranza l'uomo inconsciamente rinuncia alla felicità a favore di una vita segnata dal dolore e dall'angoscia. E vi è angoscia perché, sempre nella ignoranza, non si riesce a comprendere che 'la natura della vita è la morte'.
In Heidegger 'l'essere per la morte' che è costitutivo 'dell'esserci', sarebbe senz'altro un concetto logicamente inattaccabile, se non fosse per la particella 'per' che indica un movimento dell'essere verso la morte. E' la fede nel divenire che impedisce ad Heidegger di affermare semplicemente ma veritativamente che 'la vita è la morte' e 'la morte è la vita'.
La totale rimozione nell'inconscio dell'inconscio di questa equivalenza fa sì che si generi la paura della morte, paura accompagnata dalla deiezione ed angoscia esistenziali. Una paura che altrimenti non avrebbe ragione di sussistere, stante la reciprocità di senso che connaturano vita e morte.
Tanto che appare più che legittimo il dubbio che la paura della morte nasconda in sé la vera paura, che è 'la paura della vita'. La vita fa paura perché è nel tempo, quel tempo finito che impedisce di cambiare il passato, che non ha presente perché nulla persiste, che ignora il futuro consegnandolo alla totale imprevedibilità. E se i viventi sono, come sono, gli abitatori del tempo, essi 'vivono la morte', secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, etc. nella scansione della misura matematica che si sono dati e che, nell'epoca attuale, è raffigurata dalla immagine dell'orologio.
Entro la dimensione creduta diveniente del mondo, il passare del tempo è il suo 'consumarsi', il suo 'esaurirsi' sino al termine designato della morte. La quale, nella verità dell'essere, costituisce la perfezione della vita, il 'perfectum' indiveniente di contro alla successione diveniente della vita vissuta. Non solo la morte non è annichilimento della vita, bensì, al contrario, è la negazione del suo annichilimento. Nella verità dell'essere, abbiamo un rovesciamento radicale del significato della morte e di converso della vita. Nella verità il vivente vivrebbe la vita come eterna attualità il che presupporrebbe l'inesistenza della morte. Il fenomeno della morte non verrebbe più assunto quale scacco drammatico e doloroso ma si darebbe come inglobamento nel senso autentico del vivere. Quel senso che rende possibile la felicità, venendo meno l'angoscia che accompagna l'interpretazione nichilistica della vita come esistenza (da ex-sistere ovvero lo 'stare fuori dall'essere').
Lo stare nell'essere, viceversa, è l'attualizzazione eterna degli infiniti enti che sorgono e tramontano, si presentano e si assentano, sono il 'qui ed ora' vissuto ed il ricordo, 'qui ed ora', del vissuto. Nella dimensione che vede il trionfo della gioia, il vivente non è l'ente che consuma il tempo e ne è consumato, perché non vi è alcun tempo da consumare. Se il vivente è l'uomo, egli è già nell'oltrepassamento del proprio esserci intramondano, egli è già oltre la condizione attuale di abitatore del tempo.
Ma sino a che resiste la follia nichilista, la vita è dolore e la morte fa paura.
Il pensiero subendo il predominio della volontà, si perde nella chiacchiera o si culla nelle illusioni.
Tuttavia per quanto potente, la volontà non è in grado di eliminare il pensiero.
Può cercare di nasconderlo, di deviarlo, perturbarlo, sconvolgerlo: mai annichilirlo. Perché il pensiero è indissolubilmente legato all'ego, alla componente cosciente dell'essere umano. Ma l'ego del pensiero (l'ego che pensa e si pensa) è profondamente diverso dall'ego che si forma sulla volontà.
Mentre l'ego 'volitivo' è l'errore che conduce alla follia, l'ego pensante nello stesso momento in cui pensa o si pensa è già nel suo proprio oltrepassamento. Non è più riconducibile all'ego 'volitivo'. L'oltrepassamento dell'ego, sciogliendo le catene che lo legano alla volontà, è apertura all'ego autentico, all'eterno riflettersi dell'Essere. In uno nell'Essere, l'ego, la vita, il mondo assumono significati inauditi, non rappresentando più alcune tra le molteplici forme in cui si manifesta l'errore della fede nel divenire.
Con il tramonto dell'ego, della vita, del mondo, in quanto costituiti dalla volontà, non avrebbero più ragione d'essere tutta quella serie di problemi che è connessa alla alienazione di ciò che è altro da sé, a partire, come si è sin qui evidenziato, dall'ego.
Quando non si ha timore di pensare (ovvero di mettere tutto in discussione, radicalmente, e di aprirsi così all'inaudito), non c'è bisogno di 'accettare' la vita e di credere nella esistenza della morte. Non c'è bisogno, perché non esistono più i presupposti (la fede nel divenire) che determinano il loro significato corrente.

Alberto Re

domenica 6 febbraio 2011

EMANUELE SEVERINO - 1


Pubblichiamo il primo di una costante serie di interventi di Emanuele Severino, il cui pensiero è per noi costitutivo per l'avvento di una 'Filosofia Futura'.
Si richiama la sua biografia pubblicata il 17 gennaio 2011.

Un orizzonte etico per il nostro tempo
di Emanuele Severino

Si è generalmente propensi a pensare che le parole “etica” e “tecnologia” indichino due dimensioni
molto distanti tra loro, se non addirittura incompatibili. Ancora si fa fatica a scorgere che, all’opposto, tali dimensioni sono entrambe espressioni della stessa anima, e cioè che la nobiltà impotente dell’etica e la ruvida potenza della tecnica sono, all’opposto, due configurazioni dello stesso atteggiamento fondamentale.
Intendo chiarire brevemente questa affermazione, considerando come equivalenti le espressioni “tecnologia” e “tecnica” (senza con questo escludere che in vista di certe elaborazioni concettuali la differenza semantica tra le due espressioni non possa essere perduta di vista). Aggiungo che il discorso rimane circoscritto nell’ambito della civiltà occidentale.
Le parole “etica”, “tecnologia”, e la parola “logos” che insieme a “téchne” forma la parola “tecnologia”, sono greche, cioè parole del linguaggio e del pensiero che sta alla radice della nostra
civiltà.
Lungo la Storia dell’Occidente l’etica compare con un senso che è ben lontano dall’impotenza che compete a ciò che abbiamo chiamato “nobiltà impotente”. “Etica” è parola derivata da “éthos”, che
originariamente significa “luogo in cui si abita”, “dimora”. Il luogo in cui si abita e la dimora devono essere luoghi “sicuri”. Al di là di ogni espediente per renderli sicuri, l’uomo pensa che la sicurezza dell’abitare è possibile solo se, da ultimo, l’abitare stringe una alleanza con la potenza che gli abitatori ritengono suprema. Già nell’esistenza mitica la potenza suprema è il divino.
Con il pensiero greco la potenza suprema è il divino quale appare all’interno del vero e supremo sapere dell’uomo, la filosofia. L’uomo greco abita la polis, in quanto la vede come luogo sicuro che
è potente perché è alleato con la vera e suprema potenza del divino. Il divino appaga con la sua potenza le aspirazioni dell’uomo. Esse credono di poter essere accolte dal divino perché credono di
essere in accordo – alleate – con l’ordinamento divino del mondo.
Attraverso un processo la cui profondità e inevitabilità sfuggono ancora a gran parte della nostra cultura, il nostro tempo è giunto alla convinzione che la potenza suprema non è più il divino che appare nella verità del sapere filosofico, ma è la tecnica.
Tuttavia anche in questo caso l’idea della potenza suprema della tecnica è debitrice della propria esistenza al pensiero filosofico – in questo caso, al pensiero filosofico del nostro tempo. Oggi anche la gente pensa che a muovere le montagne non sia più la fede religiosa, ma la tecnica (che peraltro è essa stessa una forma di fede).
Se l’etica è l’abitare sicuro e potente, che è tale per l’alleanza che gli abitatori stabiliscono con ciò che essi ritengono la potenza suprema, oggi l’etica è l’alleanza dell’uomo con la tecnica. L’uomo etico è colui che si mantiene all’interno di questa alleanza. Come la parola “etica”, così la parola “virtù” è andata perdendo il proprio significato originario, che è, daccapo, “potenza”, “forza”. “Virtù” (i Latini dicono “virtus”, i Greci “areté”) è l’insieme delle disposizioni e qualità che è necessario possedere affinché l’abitare possa stare in alleanza con la potenza suprema, diventando così veramente potente. Il virtuoso è il veramente potente. La distruzione dell’alleanza con Dio, da parte dell’alleanza con la tecnica, passa attraverso il dominio del capitalismo, ma va anche oltre questo dominio. L’etica della tecnica passa attraverso l’etica del capitalismo, dove l’uomo (imprenditore o lavoratore) si allea all’incremento indefinito del profitto; ma oltrepassa l’etica del capitalismo – che è “etica”, appunto in quanto il capitalismo è stato ed è tuttora ritenuto la forma suprema di potenza. La tecnica, infatti, non è il capitalismo.
Oggi si consiglia all’operatore economico di essere “etico” e “virtuoso” perché solo in questo modo il profitto è più sicuramente garantito. Ma in questo modo non solo si trattiene l’etica al suo significato tradizionale, ma anche si altera questo significato. Infatti essere “etici” per incrementare la ricchezza è cosa diversa dall’arricchirsi per dar vita all’abitare dove si può stabilire l’alleanza con la suprema potenza del Dio – sì che l’“etica” (e la “virtù”) come mezzo per realizzare la ricchezza è cosa diversa dall’“etica” (e dalla “virtù”) come scopo della ricchezza; e a sua volta la ricchezza come mezzo per essere “etici” (e “virtuosi”) è cosa diversa dalla ricchezza come scopo dell’“etica” (e della “virtù”). Allearsi alla potenza suprema per arricchire è cosa diversa dall’arricchire per mettersi in condizione di condurre una “vita buona”, cioè di allearsi alla potenza suprema. La tecnica non è il capitalismo – anche se il capitalismo, ancora, intende servirsi (si illude di potersi servire) della tecnica come di un semplice mezzo per l’incremento del profitto.
Indichiamo almeno uno dei motivi per i quali deve essere affermata la differenza, e anzi l’opposizione, tra tecnica e capitalismo. Come potenza suprema, la tecnica intende ridurre sempre
più quella forma di impotenza che è la scarsità, cioè la penuria dei beni di consumo. Il capitalismo, all’opposto, vive solo se perpetua la scarsità a un livello mediano, dove i beni di consumo non sono a disposizione di tutti senza bisogno di compravendita, e nemmeno sono troppo rari e dunque economicamente inaccessibili.
Ciò significa che il capitalismo, servendosi della tecnica, si serve di un mezzo che mira a uno scopo opposto a quello che il capitalismo si propone. Si serve di un mezzo che ostacola il proprio scopo – lo scopo, appunto, del capitalismo.
La potenza suprema della tecnica non è infatti indirizzata a uno scopo escludente altri scopi, ma all’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, escludendo solo il loro carattere escludente; laddove lo scopo del capitalismo è escludente – non solo perché esclude che l’incremento del profitto sia sostituito da altri scopi, ma anche – come si è detto – perché intende impedire che il livello mediano della scarsità sia sostituito dall’abbondanza senza limiti. Ma la penuria dei beni di consumo è forse la forma più rilevante della penuria di ciò che l’uomo desidera.
Sì che, mentre il capitalismo perpetua la penuria delle merci per sopravvivere – e tende a trasformare ogni forma di penuria in penuria di merci – , la tecnica ha invece come scopo l’eliminazione di ogni forma di penuria, e dunque anche la penuria di ogni bene di consumo.
Lo scontro tra il capitalismo e il proprio strumento, cioè la tecnica, indica il declino cui il capitalismo è destinato. L’etica del capitalismo tramonta perché l’agire capitalistico finisce con l’assumere come scopo l’etica della tecnica, cioè l’aumento indefinito della capacità di realizzare scopi. Questo rovesciamento, dove lo scopo originario del capitalismo diventa il mezzo per il potenziamento della tecnica, è l’instaurarsi della nuova alleanza dell’uomo etico con la tecnica. Il rapporto tra capitalismo e tecnica è analogo a quello che tutte le grandi forze della tradizione dell’Occidente intendono instaurare con la tecnica: come il capitalismo, così anche l’umanesimo, il
cristianesimo, la democrazia, il comunismo, l’islamismo intendono servirsi della tecnica come di un
semplice strumento per realizzare i loro scopi. La conflittualità tra queste forze diverse – cioè tra queste diverse forme di etica – spinge inevitabilmente verso un esito dove il loro scopo diventa il potenziamento dello strumento tecnico con cui ognuna di esse vorrebbe realizzare il proprio scopo escludente. Tuttavia la tecnica riesce a essere la potenza suprema con cui l’etica della civiltà della tecnica riesce ad allearsi – cioè l’etica, alleandosi con la tecnica, riesce ad allearsi con la potenza suprema –, solo se la tecnica non è concepita con i parametri che sono propri della tecnica stessa e della scienza del nostro tempo.
La tecnica riesce a essere la potenza suprema solo al termine del processo, già in atto ma ancora lontano dal proprio compimento, che consiste nell’unione della tecnica al risultato essenziale del pensiero filosofico degli ultimi due secoli.
L’incremento indefinito della potenza della tecnica presuppone infatti, nella tecnica, la coscienza che non esistono e non possono esistere limiti assoluti al suo agire, e soprattutto che non può esistere quella forma della potenza che, nella tradizione dell’Occidente, è stata ritenuta la potenza
suprema e divina con cui l’uomo si è alleato, assicurando così il suo abitare la terra.
La tecnica può essere la potenza suprema cui l’uomo può allearsi ed essere l’uomo etico del presente, solo se appare che la forma tradizionale dell’etica è una impossibilità. Ma non è all’interno della tecnica e della scienza che questa impossibilità può essere portata alla luce: tale impossibilità è il risultato essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo, che dunque non è una riflessione estrinseca sulla potenza, ma è la condizione necessaria affinché possa esistere la tecnica come la potenza attualmente suprema.
Nella misura in cui sta dinanzi agli occhi della tecnica, l’esistenza di un Dio e di un ordinamento divino e immutabile del mondo limita l’agire dell’uomo e dunque l’agire tecnico. Nella misura in cui
dinanzi a quegli occhi appare invece ciò che la filosofia del nostro tempo ha chiamato “morte di Dio”, la tecnica può spingersi oltre i limiti che le sono imposti dalla vita di Dio. Ma, anche qui, altro
è che essa veda quella morte con gli occhi di una semplice fede, di un semplice e indeterminato rifiuto della tradizione, che, come l’atteggiamento religioso, è a sua volta una fede; altro è che veda quella morte con gli occhi del sapere essenziale della filosofia del nostro tempo, che non è una fede, ma riesce a scorgere l’impossibilità di ogni ordinamento immutabile e divino e quindi di ogni etica in cui si stabilisca l’alleanza con esso.
Il discorso che abbiamo sviluppato non esprime un progetto, un desiderio, una volontà, un suggerimento, un consiglio. Nel suo significato più profondo – che sta al di là della stessa dimensione in cui si muove la filosofia contemporanea – la filosofia non dice che cosa i popoli devono fare e volere, ma che cosa sono destinati a fare e a volere. In relazione alla situazione storica presente, dice a quale potenza suprema i popoli credono sempre di più di doversi alleare, ossia dice che il Pianeta è destinato alla dominazione della tecnica, intesa nel senso concreto a cui
abbiamo accennato, cioè come unione tra apparato scientifico-tecnologico e risultato essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo – un risultato essenziale, peraltro che a sua volta attende ancora di mostrare in piena luce la propria inevitabilità.
Ma, soprattutto, il discorso che abbiamo sviluppato non intende affermare che l’unione di tecnica e
pensiero filosofico del nostro tempo sia l’ultima parola. Tale unione sta certamente prendendo la parola e la sua voce è destinata a soverchiare a lungo le altre. Ma in questa sede si deve lasciare aperta la questione decisiva, quella in cui ci si chiede che cosa sia e quale sia “l’ultima parola”.