mercoledì 11 maggio 2016


KARL MARX






TESI SU FEUERBACH

 Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente. E' accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall'idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l'idealismo ignora l'attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell'Essenza del cristianesimo egli considera come schiettamente umano solo il modo di procedere teorico, mentre la pratica è concepita e fissata da lui soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Pertanto egli non concepisce l'importanza dell'attività "rivoluzionaria", dell'attività pratico-critica.

 II  La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E' nell'attività pratica che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica.

 III  La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen). La coincidenza nel variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.

 IV  Feuerbach prende le mosse dal fatto che la religione rende l'uomo estraneo a se stesso e sdoppia il mondo in un mondo religioso immaginario, e in un mondo reale. Il suo lavoro consiste nel dissolvere il mondo religioso nella sua base mondana. Egli non si accorge che, compiuto questo lavoro, la cosa principale rimane ancora da fare. Il fatto stesso che la base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attraverso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente. Così, per esempio, dopo che si è scoperto che la famiglia terrena è il segreto della sacra famiglia, è la prima che deve essere criticata teoricamente e sovvertita nella pratica.

 V  Feurbach, non contento del pensiero astratto, fa appello all'intuizione sensibile; ma egli non concepisce il sensibile come attività pratica, come attività sensibile umana. 

VI  Feuerbach risolve l'essere religioso nell'essere umano. Ma l'essere umano non è un'astrazione immanente all'individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l'insieme dei rapporti sociali. Feuerbach, che non s'addentra nella critica di questo essere reale, è perciò costretto: a fare astrazione dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé e a presupporre un individuo umano astratto, isolato; per lui perciò l'essere umano può essere concepito solo come "specie", come generalità interna, muta, che unisce in modo puramente naturale la molteplicità degli individui. 

VII  Perciò Feuerbach non vede che il "sentimento religioso" è anch'esso un prodotto sociale e che l'individuo astratto, che egli analizza, in realtà appartiene a una determinata forma sociale. 

VIII  La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica.

 IX  L'altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l'intuizione dei singoli individui nella "società borghese".

  X  Il punto di vista del vecchio materialismo è la società "borghese"; il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l'umanità socializzata. 
XI  I filosofi hanno solo interpret

lunedì 9 maggio 2016




GIOVANNI GENTILE E L’ATTUALISMO


L’atto puro come autocoscienza originaria
Ma noi sappiamo che la percezione è essa stessa sensazione, e la sensazione essa stessa percezione; e che l’atto spirituale non è mai un farsi che poi si debba contemplare e avvertire; è sempre, a un tratto, un farsi che è vedersi, e viceversa. Così è da dire, che non c’è bisogno di agire oltre di conoscere, né c’è una pratica oltre la teoria, perché l’agire è conoscere, e il conoscere agire, e ogni pratica è teoria, perché la teoria, in quanto tale, è essenzialmente pratica.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 7]

Come negare la differenza tra una forma dello spirito che presuppone il mondo e un’altra che si attua in esso?


Eppure quest’enorme differenza cade tutta, se si osserva che essa si fonda su un concetto della realtà, che è falso… Il concetto, voglio dire, della opposizione tra la mente che conosce e la realtà conosciuta, la quale perciò è quella che è, indipendentemente dall’esser conosciuta: il concetto, pel quale ogni conoscenza vera è conoscenza d’altro e non di se stesso. Se noi invece pensiamo che l’oggetto del conoscere non è se non il soggetto stesso che si oggettiva guardandosi in seno, nell’atto stesso del conoscersi; che insomma la realtà è appunto il soggetto nell’atto del suo sviluppo, via via sempre nuovo, appunto perché reale nello sviluppo; è chiaro che il concetto del conoscere coincide esattamente col concetto di un’attività relativa a una realtà non presupposta, ma creata dall’attività stessa, ossia per l’appunto col concetto dell’agire.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 4]

Solo è da avvertire che questo concetto dell’agire va inteso con assai maggior rigore che per solito non sia: ponendo mente che la realtà, a cui si riferisce l’attività pratica, non è una realtà menomamente distinta di fatto dall’attività stessa: e che perciò l’agire è autoctisi. Non solo l’azione non è reale fuori del soggetto che la compie, ma né anche il suo prodotto, il suo effetto, l’oggetto suo.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 5]

Nella realtà spirituale non c’è il puro fare del soggetto, né il puro esser fatto dell’oggetto: ma c’è il farsi, unità dei due termini e risoluzione della loro dualità.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte terza, Cap. V, §1]

Guardato nell’attualità sua, il pensiero non si sdoppia realiter nel pensare e nel pensato, coscienza e oggetto di coscienza. Il pensiero è coscienza di sé, di quel sé che ei diviene in virtù della coscienza stessa.
[G. Gentile, Il metodo dell’immanenza, § 11, in “La riforma della dialettica hegeliana”]

Questa umanità non è un Deus absconditus, non è un Io segreto inaccessibile che, parlando e manifestandosi, esce fuori di sé, si oggettiva e snatura, cessando di essere quel che egli è per se stesso. Esso è in quanto si realizza; e realizzandosi si manifesta. E perciò il pensiero attuale è tutto; e fuori del pensiero attuale lo stesso Io è un’astrazione, da relegarsi nel grande armamentario delle escogitazioni metafisiche: entità puramente razionali e insussistenti. L’Io non è anima-sostanza; non è una cosa, la più nobile delle cose. Esso è tutto perché non è nulla. Sempre che sia qualche cosa, è uno spirito determinato: una personalità che si attua in un suo mondo: una poesia, un’azione, una parola, un sistema di pensiero. Ma questo mondo è reale, in quanto la poesia si sta componendo, l’azione si compie, la parola si pronunzia, il pensiero si svolge e si fa sistema. La poesia non c’era, e non ci sarà; c’è sempre in quanto si compone, o, leggendosi, si torna a comporre. Lasciata lì, cade nel nulla. La sua realtà è un presente che non tramonta mai nel passato, e non teme futuro. E’ eterna, di quella immanenza assoluta dell’atto spirituale, in cui non ci sono momenti successivi del tempo che non siano compresenti e simultanei.
[G. Gentile, Introduzione alla filosofia, Cap. II, § 7]

Questo il destino del pensato, di non poter dire di aver escluso assolutamente da sé il pensare, se non quando è diventato esso stesso pensare; di non potersi mai sequestrare nella sua solitudine infinita, se non quando abbia assorbito in se stesso il suo nemico, di cui vuole disfarsi, il pensante.
[G. Gentile, “Sistema di logica come teoria del conoscere”, vol. II, cap. II , § 2]


venerdì 6 maggio 2016


MIO INTERVENTO CRITICO


Il Da Porto, nel tardo Rinascimento, precorre di quasi 200 anni il Romanticismo e, tuttavia, egli è considerato ingiustamente, a mio e nostro avviso, un autore minore. Rispetto alla fama di un Petrarca o di un Dante, quasi certamente lo è, non abbiamo che tre soli lavori del Porto e di altri si ipotizza distrutti. Ma rispetto al valore estetico della sua opera, questa distanza non è poi così grande.
Nel Da Porto si misurano quindi aspetti salienti del Romanticismo anzitempo, ma anche, se vogliamo, del  più tardi Schopehnauer. Straordinaria è la comunanza con la razionalizzazione dell’orrore tipica dello Sturm und Grand (Tempesta e Impeto). Lo rileviamo in particolare in alcuni accenni macabri sulla fine della Novella ‘E, con l'aita del compagno prestamente aperta la sepoltura, vide la Giulietta, la quale tutta scapigliata e dolente s'era in sedere levata, e il quasi morto amante nel suo grembo recato s'avea.’    ‘se non che io conosco voi, frate Lorenzo, uomo di buona condizione, io direi che a spogliare gli morti foste qui venuti. Gli frati, spento il lume, risposero: quel che noi facciamo non saperai, che a te di saperlo non appartiene. Rispose colui: vero è; ma dirollo al Signore. Al quale frate Lorenzo, per disperazione fatto sicuro, soggiunse: di' a tua posta; e, serrata la sepoltura, col compagno entrò nella chiesa.’
In generale si deve dire che nel Romanticismo e qui nel Da Porto precursore, è insita la concezione della autodeterminazione del singolo individuo, per cui ‘homo faber ipsius fortunae’ (l’uomo è artefice della propria sorte ). Da cui non più Dio al centro o sullo sfondo del racconto, come nella concezione tolemaica, ma l’uomo con i sui limiti, il suo dolore e la sua felicità. Questi opposti sentimenti trovano quindi nell’amore il punto focale. E’ l’amore che, unicamente, può dare senso o non-senso alla vita.
La sua generale accezione platonica non riesce peraltro a nascondere un reale ed impetuoso erotismo - e la cosa si nota tra le righe. E proprio perché si impone Eros, l’eros per eccellenza, ecco che immediatamente abbiamo il legame con Thanatos.
L’idea platonica dell’amore, fondamentale in Dante e in Petrarca, è in sintonia con le idee eterne ed assolute, dove la morte non è presente.
Eros invece, come appena detto, nutre in sé la morte, è indissolubile. E morte ed eros sono elementi pervasivi nella narrazione di amori tragici. In cima ai quali sta la storia di Giulietta e Romeo.                                                                          La passione che scuote i due amanti è intensa ed incontrollabile. Vuole essere eterna. Come può pretendere la razionalità platonica.  Ma proprio perché è amore passionale, il tragico Destino è nelle sue corde. Qui c’è da giurare che il Da Porto avesse conoscenza di tragici avvenimenti accaduti a Verona. In particolare pare essersi ispirato alla vicenda di re Alboino e Rosmunda. Ma non importa quali siano le cause (nel nostro caso la feroce ostilità tra le famiglie Cappelletti e Montecchi, che fa pensare alla lotta che ha contrassegnato i secoli precedenti tra Guelfi e Ghibellini): gli eventi non possono che precipitare nel dramma stante il loro inizio. Particolare questo, ovvero che le cose cominciano bene e finiscono male, che ricorre anche in altri scritti del Da Porto, esattamente al contrario di Dante – e il sommo poeta è importante per Da Porto, perché ne prende i cognomi come abbiamo visto nel canto VI del Purgatorio. Ecco dunque la folgorazione amorosa che non lascia spazio ad alcuna ragione o ragionevolezza. Dove ciò che si libera è l’Es dei due con le sue pulsioni incontrollabili.                       Tutto avviene in breve tempo. Perchè tanto più i sentimenti sono potenti  ed  irrefrenabili tanto più sono  rapidi e precipitosi gli eventi che li seguono.
Giulietta e Romeo si innamorano e in pochi giorni si sposano, nella novella, cioè nella ideazione letteraria del Da Porto. La soluzione che hanno voluto, si compie. Il ciò che è, è e rimane. Quantunque tutto pare convenire secondo Necessità, non si può non rilevare una tensione verso la Libertà. Certo, una libertà che altera la realtà. E che metafisicamente scaturisce dalla imprevedibilità. L’imprevedibile che mette in discussione il compiuto. Giulietta, per volontà del padre, deve andare sposa al nobile Lodrone. Le vie intraprese per evitare il triste epilogo, non eviteranno il tragico seguito..
La storia è di grande bellezza. Cominciando dalla bellezza dei due protagonisti.  Di Romeo, il Da Porto dice che ‘Era costui giovane molto, bellissimo, grande della persona, leggiadro e accostumato assai’ e di Giulietta ‘la quale di soprannaturale bellezza, e baldanzosa e leggiadrissima era.’ Se si racconta l’Amore nella sua essenza, l’Amore è bellezza, e fa più belli gli amanti che vi si votano. Una bellezza che necessariamente immaginiamo accompagnata da Felicità e Fortuna. Perché così, intimamente, ognuno di noi vorrebbe che sia. Ma la bellezza è ancor prima legata alla Verità e la verità dice che l’uomo è un ‘essere per la morte’.
Allora sta nella verità che l’amore immensamente grande tra Giulietta e Romeo non possa che finire tragicamente, perché innaturale. Proprio quando l’amore non conosce limiti, è sovrabbondante, alimentando la gelosia, ecco che allora si trasforma in una prigione e il suo Destino è segnato. Leggiamo il Da Porto: ‘lo star molto nella prigion d'Amore si disdica, sì tristi son quasi tutti i fini, ai quali egli ci conduce, ch'è un pericolo il seguirlo’
Il pericolo che vive l’amore lo avvertiamo ad ogni passo della Novella, quasi che i due amanti fossero una preda. In parte prevedibile come è quello che scaturisce dal conflitto delle due famiglie,  in parte imprevedibile come è l’evolversi della situazione che porterà i due amanti al suicidio, non voluto, ma scatenante dalla forza dell’inconscio.
Soprattutto l’imprevedibilità contraddistingue il pericolo e di qui l’ansia, l’angoscia che investono l’attesa del futuro. Ansia e angoscia che raggiungono l’apice nelle storie tragiche come è questa di Giulietta e Romeo. Nessuna scienza, nessun calcolo applicati al presente sono in grado di prefigurare, se non in minima parte, ciò che avverrà nel futuro.
E così le dolenti note di Giulietta: ‘che farò io senza di voi? di più vivere non mi dà il cuore, meglio fora ch'io con voi, ovunque ve ne andaste, mi venissi.’ E ancora  ‘O misera me! di cui prima mi dolerò? della morte, o di me stessa?’. Ed ancora lo struggersi di Romeo: ‘Come senza di voi veggo, parlo, e vivo? O misera mia donna, ove sei d'Amore condotta, il quale vuole che poco spazio due tristi amanti e spinga e alberghi! Oimè! questo non mi promise la speranza, e quel disio che del tuo amore prima mi accesero. O sventurata mia vita, a che più ti reggi?’
Nel rappresentare l’angoscia il Da Porto raggiunge il livello delle grandi tragedie greche (probabilmente il suo intento era di misurarsi con quelle) e in questo senso ispira più tardi Shakespeare nel suo ‘Romeo e Giulietta’. Ma se possibile l’angoscia è ancora più profonda, perché nella narrazione del Da Porto non vi è quella valenza catarchica presente in Eschilo o Sofocle.
Diversamente, la novella si chiude con una invettiva contro le donne : ‘O fedel pietà, che nelle donne amicamente regnavi, ove ora se' ita? In qual petto oggi t'alberghi? Qual donna sarebbe al presente, come la fedel Giulietta fece, sopra il suo amante morta? Quando fie mai, che di questa il bel nome dalle più pronte lingue celebrato non sia? Quante ne sariano ora, che non prima l'amante morto veduto arebbono, che trovarne un altro si ariano pensato, non che elle gli fossero morte allato?’  Nella volontà di liberarsi dalle catene (dell’amore) troviamo un impeto libertario, che è uno dei segni del ‘500.
Il dolore non ha alcun sollievo. Non pare purificarsi attraverso la Poesia. Non trova rassegnazione una volta che esso si sia compiutamente dispiegato. La ferita è sempre aperta e il tardivo pentimento delle famiglie dei Cappelletti e Montecchi ‘e sopra i loro morti figliuoli piagnendo, da doppia pietà vinti (avvegnachè inimici fussero) s'abbracciorono, in modo che la lunga nimistà tra essi e tra le loro case stata, e che nè prieghi di amici, nè minaccie del Signore, nè danni ricevuti, nè tempo avea potuto estinguere, per la misera e pietosa morte di questi amanti ebbe fine’ non la chiude.
Dolore straziante anche perché la tragedia è in fin dei conti causata da un banale contrattempo, e questo contrattampo fa una stora simile all’oggi, dove, il ritardo di e per un appuntamento è ormai palese. La lettera di Giulietta che spiegava la sua apparente morte non arriva infatti a Romeo: ‘Avea frate Lorenzo, il quale per alcuna bisogna del monasterio poco fuori della città era andato, la lettera della Giulietta, che a Romeo dovea mandare, data ad un frate che a Mantova andava; il quale giunto nella città, ed essendo due o tre volte alla casa di Romeo stato, nè per sua gran sciagura trovatolo mai in casa, e non volendo la lettera ad altri che a lui proprio dare, ancora in mano l'aveva’
Ma occorre dire che è proprio la casualità a rendere viva l’angoscia. Quando, là dove avrebbe dovuto albergare solo la Felicità ‘Dall'altro canto la giovane, poco ad altro che a lui solo pensando, dopo molti sospiri tra se stimò lei dovere sempre felice essere, se costui per isposo avere potesse’ per uno scherzo del destino sopravviene il dolore.                                                                            Allora ci troviamo davanti ad una realtà in cui è arduo trovare un senso. Non ci si capacita infatti della irrazionalità con cui si sono susseguiti gli eventi. Fino a pensare alla volontà di un Dio capriccioso e vendicativo.                                                        Pure Dio non ha luogo nella Storia. Lo si cita solo come testimone: ‘acciocché voi insieme con Iddio a quello, che d'amore astretta vengo a fare, testimonio siate’ .
Tutto è ricondotto alla condizione umana. Tutto è umano, troppo umano. Lo è Eros; lo è Thanatos quale ineluttabile compimento di Eros. Certo la passione amorosa è un accidente dell’anima, ma tale passione origina pur sempre dalla sensualità e carnalità, dalla visione dell’occhio e dai relativi desideri. Così leggiamo: ‘o bocca, da me mille volte sì dolcemente baciata! o bel petto, che il mio cuore in tanta letizia albergasti’. E ancora: ‘Costui, preso alquanto di ardire, seguì: se io a voi con la mia mano la vostra riscaldo, voi co' begli occhi il mio core accendete ‘.                                                 D’altra parte solo quando l’Amore è Eros (e non Agape o Filia), è possibile l’accadimento tragico.

E’ questo che racconta la ‘Historia novellamente ritrovata di due amanti’ sulle righe. Dove gli accenti drammatici sono invero temperati da una soffusa e struggente tristezza.  Quella tristezza che corrisponde alla condizione esistenziale del Da Porto. Ma che insieme corrisponde allo spirito della storia e ne determina il suo valore poetico, la sua denotazione di senso.
Sin qui l’analisi testuale dell’opera letteraria. Ma vi sono importanti annotazioni da fare, che non procedono dalla lettura della Novella. La Novella il Da Porto la dedica alla cugina Lucina Savorgnana. D’impulso si sarebbe portati a considerare che Lucina sia la ‘Giulietta’ di Luigi Da Porto. Sia l’amore della sua vita. Se amore è stato, ed è stato, secondo me, però amore passeggero. Dalla dedica si evince chiaramente che la storia d’amore che il Da Porto invita a leggere, è estranea ad una possibile passione amorosa tra i due, e chi l’ha letto diversamente non ha capito nulla. Il Da Porto si rivolge a Lucina non come fosse la sua amata, ma richiamando il vincolo di sangue e la dolce amicizia ‘come anco per lo stretto vincolo di consanguinitade e dolce amistà, che tra la persona vostra e chi la descrive si ritrova’, il chè è ben diverso.                                                Fondamentale è rilevare ancora che tratto distintivo della Novella è l’allegoria, molto in uso ai tempi del Da Porto e a quelli appena precedenti (Dante docet). Attraverso l’allegoria traspare poi qualcosa di arcano, come è ad esempio il riferimento alla Pasqua di maggio, che può avvenire solo in ambiente ortodosso o della chiesa di Costantinopoli ed altre parentesi che il nostro libro svilupperà. Questi ed altri aspetti conducono infine a ritenere che il Da Porto fosse legato ad ambienti della Massoneria o dei pre-Rosacroce o altra fraterna. Ma, fors’anche alla celebrazione della famiglia Savorgnan alla ricerca, come dice l’amico Vanni De Conti, dell’indipendenza da Venezia e l’Impero per una libertà tutta friulana in quella atavica ricerca di una identità, di una libertà e di una patria propria, perché se vogliamo basta scorrere la storia dei Savorgnan dal primo Federico (gastaldo e capitano di Udine nel 1200, a Tristano nel 1400) e poi oltre, per capire che c’era un qualche disegno della famiglia e probabilmente a grandi linee pianificato


lunedì 2 maggio 2016

domenica 1 maggio 2016

venerdì 29 aprile 2016








In pochi altri casi, in filosofia, in letteratura e poesia, nelle diverse forme d’arte, si misura così profondamente come in queste parole di Leopardi, il dramma esistenziale dell’uomo, combattuto tra dolore, noia ed illusioni. Insieme alle voci di Friedrich Nietzsche e di Giovanni Gentile, quella di Giacomo Leopardi è tra le più potenti della filosofia contemporanea.



CANTO NOTTURNO Dl UN PASTORE ERRANTE DELL' ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
Contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
Di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
Di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
La vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
Move la greggia oltre pel campo, e vede
Greggi, fontane ed erbe;
Poi stanco si riposa in su la sera:
Altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
Al pastor la sua vita,
La vostra vita a voi? dimmi: ove tende
Questo vagar mio breve,
Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,
Mezzo vestito e scalzo,
Con gravissimo fascio in su le spalle,
Per montagna e per valle,
Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
L'ora, e quando poi gela,
Corre via, corre, anela,
Varca torrenti e stagni,
Cade, risorge, e più e più s'affretta,
Senza posa o ristoro,
Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
Colà dove la via
E dove il tanto affaticar fu volto:
Abisso orrido, immenso,
Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
E' la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,
Ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
Per prima cosa; e in sul principio stesso
La madre e il genitore
Il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
Con atti e con parole
Studiasi fargli core,
E consolarlo dell'umano stato:
Altro ufficio più grato
Non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perchè dare al sole,
Perchè reggere in vita
Chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
Perchè da noi si dura?
Intatta luna, tale
E' lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,
Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
Questo viver terreno,
Il patir nostro, il sospirar, che sia;
Che sia questo morir, questo supremo
Scolorar del sembiante,
E perir dalla terra, e venir meno
Ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
Il perchè delle cose, e vedi il frutto
Del mattin, della sera,
Del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
Rida la primavera,
A chi giovi l'ardore, e che procacci
Il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
Che son celate al semplice pastore.
Spesso quand'io ti miro
Star così muta in sul deserto piano,
Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
Ovver con la mia greggia
Seguirmi viaggiando a mano a mano;
E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l'aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Così meco ragiono: e della stanza
Smisurata e superba,
E dell'innumerabile famiglia;
Poi di tanto adoprar, di tanti moti
D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
Girando senza posa,
Per tornar sempre là donde son mosse;
Uso alcuno, alcun frutto
Indovinar non so. Ma tu per certo,
Giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
Che degli eterni giri,
Che dell'esser mio frale,
Qualche bene o contento
Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,
Che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perchè d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perchè giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
Tu se' queta e contenta;
E gran parte dell'anno
Senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
E un fastidio m'ingombra
La mente, ed uno spron quasi mi punge
Sì che, sedendo, più che mai son lunge
Da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
E non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
Non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
Se tu parlar sapessi, io chiederei:
Dimmi: perchè giacendo
A bell'agio, ozioso,
S'appaga ogni animale;
Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale
Da volar su le nubi,
E noverar le stelle ad una ad una,
O come il tuono errar di giogo in giogo,
Più felice sarei, dolce mia greggia,
Più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
Forse in qual forma, in quale
Stato che sia, dentro covile o cuna,
E' funesto a chi nasce il dì natale.


giovedì 28 aprile 2016




Da ‘COSI' PARLO' ZARATHUSTRA’

Di Friedrich Nietzsche

L’oltreuomo




Giunto nella città vicina, sita presso le foreste, Zarathustra vi trovò radunata sul mercato una gran massa di popolo: era stata promessa infatti l'esibizione di un funambolo. E Zarathustra parlò così alla folla:Io vi insegno il superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? Che cos'è per l'uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l'uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna. Avete percorso il cammino dal verme all'uomo, e molto in voi ha ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancor oggi l'uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia. E il più saggio tra voi non è altro che un'ibrida disarmonia di pianta e spettro. Voglio forse che diventiate uno spettro o una pianta? Ecco, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire! Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio, ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi. Commettere il sacrilegio contro la terra, questa è oggi la cosa più orribile, e apprezzare le viscere dell'imperscrutabile più del senso della terra! In passato l'anima guardava al corpo con disprezzo: e questo disprezzo era allora la cosa più alta: essa voleva il corpo macilento, orrido, affamato. Pensava in tal modo, di poter sfuggire al corpo e alla terra. Ma questa anima era anch'essa macilenta, orrida e affamata: e crudeltà era la voluttà di questa anima! Ma anche voi, fratelli, ditemi: che cosa manifesta il vostro corpo dell'anima vostra? Non è forse la vostra anima indigenza e feccia e miserabile benessere? Davvero, un fiume immondo è l'uomo. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume immondo, senza diventare impuri. Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è il mare, nel quale si può inabissare il vostro grande disprezzo. Qual è la massima esperienza che possiate vivere? L'ora del grande disprezzo. L' ora in cui vi prenda lo schifo per la vostra felicità e così pure per la vostra ragione e la vostra virtù . L' ora in cui diciate : " Che importa la mia felicità ? Essa é indigenza e feccia e un miserabile benessere . Ma la mia felicità dovrebbe giustificare persino l' esistenza ! " L' ora in cui diciate : " Che importa la mia ragione ! Forse che essa anela al sapere come il leone al suo cibo ? Essa é indigenza e feccia e un miserabile benessere " . L' ora in cui diciate : " Che importa la mia virtù ! Finora non mi ha mai reso furioso . Come sono stanco del mio bene e del mio male ! Tutto ciò é indigenza e feccia e benessere miserabile ! " . L' ora in cui diciate : " Che importa la mia giustizia ! Non mi vedo trasformato in brace ardente Ma il giusto é brace ardente ! " . L' ora in cui diciate : " Che importa la mia compassione ! Non é forse la compassione la croce cui viene inchiodato chi ama gli uomini ? Ma la mia compassione non é crocefissione " . Avete già parlato così ? Avete mai gridato così ? Ah , vi avessi già udito gridare così ! Non il vostro peccato - la vostra accontentabilità grida al cielo, la vostra parsimonia nel vostro peccato grida al cielo! Ma dov'è il fulmine che vi lambisca con la sua lingua! Dov'è la demenza che dovrebbe esservi inoculata? Ecco, io vi insegno il superuomo: egli è quel fulmine e quella demenza! - Zarathustra aveva detto queste parole, quando uno della folla gridò: "Abbiamo sentito parlare anche troppo di questo funambolo; è ora che ce lo facciate vedere!". E la folla rise di Zarathustra. Ma il funambolo, credendo che ciò fosse detto per lui, si mise all'opera. Zarathustra invece guardò meravigliato la folla. Poi parlò così: L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, - un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell'uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell'uomo si può amare che egli sia una transizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all'altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.Io amo colui che vive per la conoscenza e vuole conoscere, affinché un giorno viva il superuomo. E così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che lavora e inventa, per costruire la casa al superuomo, e gli prepara la terra, l'animale e la pianta: giacché così egli vuole il proprio tramonto. Io amo colui che ama la sua virtù: giacché virtù è volontà di tramontare e una freccia anelante. Io amo colui che non serba per sè una goccia di spirito , bensì vuol essere in tutto e per tutto lo spirito della sua virtù : in questo modo egli passa , come spirito , al di là del ponte . Io amo colui che della sua virtù fa un' inclinazione e un destino funesto : così egli vuole vivere , e insieme non più vivere , per amore della sua virtù . Io amo colui che non vuole avere troppe virtù . Una virtù é più virtù di due , perchè essa é ancor più il cappio cui si annoda un destino funesto . Io amo colui l' anima del quale si dissipa e non vuol essere ringraziato , nè dà qualcosa in cambio : giacchè egli dona sempre e non vuol conservare se stesso . Io amo colui che si vergogna quando il lancio dei dadi riesce in suo favore e si domanda : son forse un baro ? egli infatti vuole perire . Io amo colui che getta avanti alle proprie azioni parole auree e mantiene più di quanto prometta : egli infatti vuole il proprio tramonto . Io amo colui che giustifica gli uomini dell' avvenire e redime quelli del passato : a causa degli uomini del presente egli infatti vuole perire . Io amo colui che castiga il suo dio perchè ama il suo dio : giacchè dovrà perire per l' ira del suo dio . Io amo colui l'anima del quale trabocca da fargli dimenticare se stesso, e tutte le cose sono dentro di lui: tutte le cose divengono così il suo tramonto. Io amo colui che è di spirito libero e di libero cuore: il suo cervello, in tal modo, non è altro che le viscere del cuore, ma il suo cuore lo spinge a tramontare. Io amo tutti coloro che sono come gocce grevi, cadenti una a una dall'oscura nube incombente sugli uomini: essi preannunciano il fulmine e come messaggeri periscono. Ecco, io sono un messaggero del fulmine e una goccia greve cadente dalla nube: ma il fulmine