martedì 11 gennaio 2011

IL LIBERTARISMO CONTEMPORANEO


Ferma restando l'ispirazione al modello classico del Libertarismo Europeo, il Libertarismo Contemporaneo presenta caratteri peculiari che ne fanno un 'SOGGETTO UNICO' nel panorama politico.
L'oltrepassamento dello schema destra e sinistra (in uso per indicare nella prima un atteggiamento conservatore e/o reazionario e nella seconda un atteggiamento progressista e/o rivoluzionario) costituisce uno degli aspetti salienti della UNICITA' LIBERTARIA.
Il Libertarismo Contemporaneo si rivolge indistintamente a tutti i cittadini, convinto che la stragrande maggioranza abbia gli stessi bisogni e le stesse aspirazioni: migliorare le proprie condizioni di vita. Compito del Libertarismo è di convincere che tale miglioramento è possibile solo attraverso un cambiamento radicale dello stato attuale del Mondo.
L'Utopia, che rientra nel campo del possibile e del razionale, si sostanzia in un Progetto di società autenticamente rivoluzionario, per il quale si sia capace di discutere e ridiscutere tutto, anche la cosa che appare come la più evidente ed intangibile. Dal problema ontologico (l'essere eterno di ogni cosa o il nichilismo del divenire delle cose) al problema economico- pragmatico (un salario minimo garantito per tutti o la 'libera' disponibilità della forza lavoro).
Va da sé che, per essere credibile, il Libertarismo per primo deve sapersi mettere in discussione: il Libertarismo Contemporaneo ha cominciato a farlo seriamente.
L'acceso individualismo del Libertarismo classico è decisamente ridimensionato nel senso di una comprensione dell'individuo non come monade ma come determinazione di sé in relazione alla comunità di ogni altro sé (individuo sociale). Dunque l'individuo si dà, è, solo nel rapporto sociale.
L'idea romantica di una libertà assoluta dei vecchi libertari viene anch'essa criticata. Di più ne viene negata la validità in ragione del fatto che il libero arbitrio è negazione stessa della libertà, è autonegazione. La libertà diventa 'consentimento alla necessità'. In questa prospettiva le finalità principali del libertarismo quali la fratellanza universale, l'eguaglianza, il superamento del sistema economico capitalistico e del sistema politico statuale rientrano allora nel campo della necessità: la libertà di volerle e dell'agire per attuarle è inclusa essa stessa in tale necessità.
L'atteggiamento anti-clericale, come opposizione al potere ecclesiastico, è diventato inattuale e superfluo. Rimane valido l' a-confessionalismo che è condizione sine qua non del Laicismo.
I Principi ai quali il Libertarismo non può assolutamente rinunciare, in quanto fondativi e dunque inalienabili, sono due: LA NON VIOLENZA E L'ANTI-AUTORITARISMO.
Sulla base di tali Principi prendono corpo le linee generali del programma politico del Libertarismo . In sintesi:
Sul piano della organizzazione dello Stato il Libertarismo è FEDERALISTA;
Sul piano della organizzazione economica il Libertarismo è COOPERATIVISTICO
Sul piano delle relazioni interpersonali il Libertarismo è SOLIDARISTA
Sul piano delle fedi religiose il Libertarismo è NEUTRALE
Sul piano del rapporto Stato-Cittadini il Libertarismo è per il PRIMATO DEL CITTADINO

alberto re

sabato 8 gennaio 2011

KARL HEINRICH MARX


Karl Heinrich Marx (Treviri, 5 maggio 1818 – Londra, 14 marzo 1883) è stato un filosofo, economista e rivoluzionario tedesco.
Il suo pensiero è interamente retto, in chiave
materialista, sulla critica all'economia, alla politica, alla società e alla cultura contemporanea. Fondatore e primo teorico del Socialismo scientifico, del Materialismo storico e del Materialismo dialettico, è considerato tra i filosofi maggiormente influenti sul piano politico e filosofico nella storia del Novecento.


ESTRATTI DA VARIE OPERE (1)

IL DENARO - "Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l' oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà costituisce l'onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi come ente onnipotente...Il denaro è il mediatore fra il bisogno e l'oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell'uomo. Ma ciò che media a me la mia vita mi media anche l'esistenza degli altri uomini. Per me è questo l'altro uomo. (---) Tanto grande è la mia forza quanto grande è la forza del denaro. Le proprietà del denaro sono mie, di me suo possessore: le sue proprietà e forze essenziali. Ciò ch'io sono e posso non è dunque affatto determinato dalla mia individualità. Io sono brutto, ma posso comprarmi la più bella fra le donne. Dunque non sono brutto, in quanto l'effetto della bruttezza, il suo potere scoraggiante, è annullato dal denaro. Io sono, come individuo storpio, ma il denaro mi dà 24 gambe: non sono dunque storpio. Io sono un uomo malvagio, infame, senza coscienza, senza ingegno, ma il denaro è onorato, dunque lo è anche il suo possessore. Il denaro è il più grande dei beni, dunque il suo possessore è buono: il denaro mi dispensa dalla pena di esser disonesto, io sono, dunque, considerato onesto; io sono stupido, ma il denaro è la vera intelligenza di ogni cosa: come potrebbe essere stupido il suo possessore? Inoltre questo può comprarsi le persone intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti non è egli più intelligente dell'uomo intelligente? Io, che mediante il denaro posso tutto ciò che un cuore umano desidera, non possiedo io tutti i poteri umani? Il mio denaro non tramuta tutte le mie deficienze nel loro contrario? (---) Poichè il denaro, in quanto concetto esistente e attuale del valore, confonde e scambia tutte le cose, esso costituisce la generale confusione e inversione di ogni cosa, dunque il mondo sovvertito, la confusione e inversione di tutte le qualità naturali e umane. (---) Il denaro, questa astrazione vuota ed estraniata della proprietà, è stato fatto signore del mondo. L'uomo ha cessato di essere schiavo dell'uomo ed è diventato schiavo della cosa; il capovolgimento dei rapporti umani è compiuto; la servitù del moderno mondo di trafficanti, la venalità giunta a perfezione e divenuta universale è più disumana e più comprensiva della servitù della gleba dell'era feudale; la prostituzione è più immorale, più bestiale dello ius primae noctis . La dissoluzione dell'umanità in una massa di atomi isolati, che si respingono a vicenda, è già in sè l'annientamento di tutti gli interessi corporativi, nazionali e particolari ed è l'ultimo stadio necessario verso la libera autounificazione dell'umanità". (MARX e ENGELS dai MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI DEL 1844 e da altre opere)

"La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classi. Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in una parola oppressi ed oppressori sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese: una lotta che finì sempre o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società o con la rovina comune delle classi in lotta.". (Marx-Engels, MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - 1848)

- "La società borghese è la più complessa e avanzata organizzazione storica della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti e che fanno comprendere la sua struttura permettono, dunque, di comprendere parimenti la struttura e i rapporti di produzione di tutte le forme di società del passato sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui sopravvivono in essa ancora residui parzialmente non superati. (---) L'economia politica, in quanto borghese, cioè in quanto concepisce l'ordinamento capitalistico invece che come grado di svolgimento storicamente transitorio addirittura all'inverso, come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finchè la lotta di classe rimane latente o si manifesta soltanto in fenomeni isolati. (---) Condizione essenziale per l'esistenza e il dominio della classe borghese è l'accumulazione della ricchezza nelle mani dei privati e la formazione e l'aumento del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. (---) La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come un' immane raccolta di merci e la merce singola si presenta come una forma elementare. Perciò la nostra indagine inizia come analisi della merce.". (da varie opere)
- "Prendiamo l'esempio del nostro filatore. Per ricostruire ogni giorno la sua forza-lavoro, egli deve produrre un valore giornaliero di tre scellini, cosa che egli fa lavorando sei ore al giorno. Pagando il valore giornaliero o settimanale della forza-lavoro del filatore, il capitalista ha acquistato il diritto di usare questa forza-lavoro per tutto il giorno o per tutta la settimana. Perciò egli lo farà lavorare, supponiamo, dodici ore al giorno. Oltre le sei ore che gli sono necessarie per produrre l'equivalente del suo salario, cioè del valore della sua forza lavoro, il filatore dovrà, dunque, lavorare altre sei ore, che io chiamerò ore di sopralavoro e questo sopralavoro si incorporerà in un plusvalore e in un sopraprodotto.". (da IL CAPITALE, 1867)

IL PROFITTO - "Il plusvalore, cioè quella parte di valore complessivo della merce in cui è incorporato il sopralavoro o lavoro non pagato dell'operaio, io lo chiamo profitto.". (da SALARIO, PREZZO E PROFITTO - 1865)

"Al posto della vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi sorgerà un'associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sarà la condizione per il libero sviluppo di tutti.". (Marx-Engels, MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA - 1848)

L'ALIENAZIONE - " Nell'alienazione dell'oggetto del lavoro si riassume solo l'alienazione, l'espropriazione, dell'attività stessa del lavoro. In cosa consiste ora l'espropriazione del lavoro? In primo luogo in questo: che il lavoro resta esterno all'operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l'operaio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato, ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, ma mortifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L'operaio si sente dunque con se stesso solamente fuori del lavoro, e fuori di sè nel lavoro. Come a casa sua è solo quando non lavora e quando non lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, ma forzato, è lavoro costrittivo. Il lavoro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, ma è solo un mezzo per soddisfare dei bisogni esterni ad esso. La sua estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o d'altro genere, il lavoro è fuggito come una peste. Il lavoro esterno, il lavoro in cui l'uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro mortificazione. In fine l'esteriorità del lavoro al lavoratore si palesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro; che non gli appartiene, e che in esso egli non appartiene a sè, ma ad un altro. Come nella religione l'attività spontanea dell'umana fantasia, dell'umano cervello e del cuore umano, opera indipendentemente dall'individuo, cioè come un'attività estranea, divina o diabolica, così l'attività del lavoratore non è attività spontanea. Essa appartiene ad un altro, è la perdita del lavoratore stesso. Il risultato è che l'uomo (il lavoratore) si sente libero ormai solo nelle sue funzioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt'al più nell'avere una casa, nella sua cura corporale, ecc. e che nelle sue funzioni umane si sente solo più una bestia. Il bestiale diventa l'umano e l'umano il bestiale. (---) Il lavoro alienato 1)aliena all'uomo la natura ; 2) aliena all'uomo se stesso, la sua attiva funzione, la sua attività vitale, aliena così all'uomo il genere; (---) il lavoro alienato fa dunque 3)della specifica essenza dell'uomo, tanto della natura che dello spirituale potere di genere, un'essenza a lui estranea, il mezzo della sua individuale esistenza; estrania all'uomo il suo proprio corpo, come la natura di fuori, come il suo spirituale essere, la sua umana essenza; 4)che un'immediata conseguenza, del fatto che l'uomo è estraniato dal prodotto del suo lavoro, dalla sua attività vitale, dalla sua specifica essenza, è lo straniarsi dell'uomo dall'uomo. Quando l'uomo sta di fronte a se stesso, gli sta di fronte l'altro uomo. ". (MARX: MANOSCRITTI ECONOMICO-FILOSOFICI DEL 1844)

Per forza-lavoro o capacità di lavoro intendiamo l’insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d’un uomo, e che egli mette in movimento ogni volta che produce valori d’uso di qualsiasi genere. Tuttavia, affinché il possessore di denaro incontri sul mercato la forza-lavoro come merce debbono essere soddisfatte diverse condizioni. In sé e per sé, lo scambio delle merci non include altri rapporti di dipendenza fuori di quelli derivanti dalla sua propria natura. Se si parte da questo presupposto, la forza-lavoro come merce può apparire sul mercato soltanto in quanto e perché viene offerta o venduta come merce dal proprio possessore, dalla persona della quale essa è la forza lavoro. Affinché il possessore della forza-lavoro la venda come merce, egli deve poterne disporre, quindi essere libero proprietario della propria capacità di lavoro, della propria persona. Egli si incontra sul mercato con il possessore di denaro e i due entrano in rapporto reciproco come possessori di merci, di pari diritti, distinti solo per essere l’uno compratore, l’altro venditore, persone dunque giuridicamente eguali. La continuazione di questo rapporto esige che il proprietario della forza-lavoro la venda sempre e soltanto per un tempo determinato; poiché se la vende in blocco, una volta per tutte, vende se stesso, si trasforma da libero in schiavo, da possessore di merce in merce. Il proprietario di forza-lavoro, quale persona, deve riferirsi costantemente alla propria forza-lavoro come a sua proprietà, quindi come a sua propria merce; e può farlo solo in quanto la mette a disposizione del compratore ossia gliela lascia per il consumo, sempre e soltanto, transitoriamente, per un periodo determinato di tempo, e dunque, mediante l’alienazione di essa, non rinuncia alla sua proprietà su di essa. La seconda condizione essenziale, affinché il possessore del denaro trovi la forza-lavoro sul mercato come merce, è che il possessore di questa non abbia la possibilità di vendere merci nelle quali si sia oggettivato il suo lavoro, ma anzi, sia costretto a mettere in vendita, come merce, la sua stessa forza-lavoro, che esiste soltanto nella sua corporeità vivente. Affinché qualcuno venda merci distinte dalla propria forza-lavoro, deve, com’è ovvio, possedere mezzi di produzione, p. es. materie prime, strumenti di lavoro, ecc. Non può fare stivali senza cuoio. Inoltre, ha bisogno di mezzi di sussistenza. Nessuno, neppure un musicista avvenirista, può campare dei prodotti avvenire, quindi neppure di valori d’uso la cui produzione è ancora incompleta; l’uomo è costretto ancora a consumare, giorno per giorno, prima di produrre e mentre produce, come il primo giorno della sua comparsa sulla scena della terra. Se i prodotti vengono prodotti come merci, debbono essere venduti dopo essere stati prodotti e possono soddisfare i bisogni del produttore soltanto dopo la vendita. Al tempo della produzione s’aggiunge il tempo necessario per la vendita. Dunque, per trasformare il denaro in capitale il possessore di denaro deve trovare sul mercato delle merci il lavoratore libero; libero nel duplice senso che disponga della propria forza lavorativa come propria merce, nella sua qualità di libera persona, e che, d’altra parte, non abbia da vendere altre merci, che sia privo ed esente, libero di tutte le cose necessarie per la realizzazione della sua forza-lavoro. Per il possessore di denaro, che trova il mercato del lavoro come sezione particolare del mercato delle merci, non ha alcun interesse il problema del perché quel libero lavoratore gli si presenti nella sfera della circolazione. E per il momento non ha interesse neppure per noi. Noi teniamo fermo, sul piano teorico, al dato di fatto, come fa il possessore di denaro sul piano pratico. Una cosa è evidente, però. La natura non produce da una parte possessori di denaro o di merci e dall’altra puri e semplici possessori della propria forza lavorativa. Questo rapporto non è un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale che sia comune a tutti i periodi della storia. Esso stesso è evidentemente il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molti rivolgimenti economici, del tramonto di tutta una serie di formazioni piú antiche della produzione sociale. [...] Ormai dobbiamo considerare piú da vicino quella merce peculiare che è la forza-lavoro. Essa ha un valore, come tutte le altre merci. Come viene determinato? Il valore della forza-lavoro, come quello di ogni altra merce, è determinato dal tempo di lavoro necessario alla produzione e, quindi anche alla riproduzione, di questo articolo specifico. In quanto valore, anche la forza-lavoro rappresenta soltanto una quantità determinata di lavoro sociale medio oggettivato in essa. La forza-lavoro esiste soltanto come attitudine naturale dell’individuo vivente. Quindi la produzione di essa presuppone l’esistenza dell’individuo. Data l’esistenza dell’individuo, la produzione della forza-lavoro consiste nella riproduzione, ossia nella conservazione di esso. Per la propria conservazione l’individuo vivente ha bisogno di una certa somma di mezzi di sussistenza. Dunque il tempo di lavoro necessario per la produzione della forza-lavoro si risolve nel tempo di lavoro necessario per la produzione di quei mezzi di sussistenza; ossia. il valore della forza-lavoro è il valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro. Però, la forza-lavoro si realizza soltanto per mezzo della sua estrinsecazione, si attua soltanto nel lavoro. Ma nell’attuazione della forza-lavoro, nel lavoro, si ha dispendio di una certa quantità di muscoli, nervi, cervello, ecc. umani, la quale deve a sua volta esser reintegrata. Questo aumento d’uscita esige un aumento d’entrata. Se il proprietario di forza-lavoro ha lavorato oggi, deve esser in grado di ripetere domani lo stesso processo, nelle stesse condizioni di forza e salute. La somma dei mezzi di sussistenza deve dunque essere sufficiente a conservare l’individuo che lavora nella sua normale vita, come individuo che lavora. I bisogni naturali, come nutrimento, vestiario, riscaldamento, alloggio ecc., sono differenti di volta in volta a seconda delle peculiarità climatiche e delle altre peculiarità naturali dei vari paesi. D’altra parte, il volume dei cosiddetti bisogni necessari, come pure il modo di soddisfarli, è anch’esso un prodotto della storia, dipende quindi in gran parte dal grado d’incivilimento di un paese e, fra l’altro, anche ed essenzialmente dalle condizioni, quindi anche dalle abitudini e dalle esigenze fra le quali e con le quali si è formata la classe dei liberi lavoratori. Dunque la determinazione del valore della forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico e morale. Ma per un determinato paese, in un determinato periodo, il volume medio dei mezzi di sussistenza necessari, è dato. Il proprietario della forza-lavoro è mortale. Dunque, se la sua presenza sul mercato dev’essere continuativa, come presuppone la trasformazione continuativa del denaro in capitale, il venditore della forza-lavoro si deve perpetuare, “come si perpetua ogni individuo vivente, con la procreazione”. Le forze-lavoro sottratte al mercato dalla morte e dal logoramento debbono esser continuamente reintegrate per lo meno con lo stesso numero di forze-lavoro nuove. Dunque, la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè dei figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiari possessori di merci si perpetui sul mercato". (Marx, Il Capitale)

RISCOPERTA CRITICA DI KARL MARX


PREMESSA

Che la Destra Politica (di Destra Culturale non si può parlare semplicemente perché non esiste) abbia sempre avuto in odio Karl Marx lo si comprende benissimo. Se l'ignoranza è, come è, ciò che costituisce l'essenza della Destra Politica, a maggior ragione essa va applicata nei confronti di un pensatore come Karl Marx.
Ma quando il mondo intellettuale che politicamente va dal conservatorismo illumitato sino al vasto campo del progressismo, scientemente decide di dimenticarlo, di rimuoverlo dalla propria coscienza, allora c'è qualcosa che non funziona. I conti non tornano.
Non tornano, perché sino agli anni '80 del secolo scorso il ricorso alla figura di Marx ed al suo pensiero era addirittura ossessivo. Poi improvvisamente ecco calare la nebbia, l'oscurità e questo dura da almeno due decenni.
Come spiegarlo? Non è difficile, solo se si riflette un poco.
In generale si deve dire che è in atto una profonda e seria crisi intellettuale (se si vuol essere generosi gli 'intelletti' di prim'ordine si contano sulle dita di una mano).
In particolare il predominio del sistema capitalistico esige ed ha la forza di nientificare tutto ciò che anche in minima parte può contrastarlo.
La riscoperta di Karl Marx, riscoperta 'critica' perché immune da ogni ortodossia, è tale da offrire oggi ancor più di ieri i mezzi per comprendere il mondo in cui viviamo.
Un mondo dove il genere umano versa in condizioni di schiavitù, di reale schiavitù.
In questo, se non la sola causa, di certo il sistema economico capitalistico è parte rilevante.

alberto re

mercoledì 5 gennaio 2011

BENVENUTO PIERFRANCO!


Nota del curatore di 'Filosofia Futura'
“Conosco Pierfranco Bianchetti da una vita e vado orgoglioso della sua amicizia.
Il che non influisce minimamente sulla obiettività del giudizio che mi sono formato sul suo valore (di tutta eccellenza) come critico cinematografico e saggista.
Ancora di più, nel mondo dei giornalisti la stragrande maggioranza dei quali è composta da servi di qualche padrone e da denigratori della verità, Pierfranco Bianchetti si distingue per essere un uomo libero, un autentico libero pensatore. Averlo come collaboratore del blog è una ricchezza.'


Pierfranco Bianchetti, milanese doc, giornalista e critico cinematografico ha organizzato rassegne e retrospettive dedicate alla storia del cinema, a tematiche di vario genere, con particolare riferimento alle produzioni filmiche europee, alle grandi scuole tedesche, francesi, inglesi, russe.
Studioso di scienze sociali, segue le problematiche della società e dell’uomo attraverso lo sguardo della cinepresa. Scrive saggi, recensioni editoriali su periodici di larga diffusione e riviste specializzate; tiene corsi e conferenze sull’arte cinematografica.

Harold Pinter, messaggero di vita

Drammaturgo, regista, attore, ma anche poeta, sceneggiatore, direttore di teatri, Harold Pinter, premio Nobel 2005, scomparso il giorno di Natale del 2008 a settantotto anni, ha certamente lasciato un’ impronta indelebile alla cultura del nostro tempo.
Nato nel 1930 da una famiglia piccolo- borghese del quartiere londinese di Hackney, inizia la sua prestigiosa carriera artistica come attore iscrivendosi all’Accademia d’ arte drammatica senza però terminare gli studi. Dopo una breve esperienza alla radio e la partecipazione ad un altro corso di recitazione, si impegna come attore professionista, anche se scopre presto il suo naturale talento di scrittore componendo racconti, poesie e nel 1957 il suo primo testo teatrale intitolato The Room ( La stanza), composto in pochi giorni; una commedia claustrofobia che lo caratterizza già drammaturgo ispirato nella sua opera a Kafka e Samuel Beckett, di cui diviene grande amico ed estimatore. L’ ironia, l’assurdo, la minaccia, l’angoscia sono temi ricorrenti insieme al tradimento del mondo pinteriano, mentre i suoi personaggi sono vivi, espressivi ma condizionati da una sorta d’intimidazione.
Pinter dà vita al teatro della minaccia, dove gli individui sono minacciati appunto costantemente dalla repressione convinti invece d’essere liberi.
Nascono così Il compleanno, 1958; Il calapranzi e Il guardiano del 1960; Il ritorno a casa, 1965, testi che richiamano l’ attenzione della critica teatrale anche se non mancheranno i toni polemici d’alcuni suoi detrattori. La sua scrittura è riconoscibile per l’ asciuttezza e per la limpidità. In particolare il drammaturgo dal 1957 al 1963 è attratto fortemente dal tema della sottomissione umana al potere che si esprime in situazioni d’isolamento e di insicurezza. Nei suoi lavori spesso le storie terminano in modi poco definiti rispetto alla classica concezione del teatro e delle sue regole non scritte. Nei drammi di Harold Pinter i dialoghi, i silenzi, la tensione espressi dai suoi personaggi indeterminati nel tempo e nello spazio come nei drammi di Beckett, sono le caratteristiche principali del suo mondo claustrofobico (una stanza disadorna è al centro del palcoscenico), dove, però non manca un tono lieve d’umorismo unito ad una tecnica linguistica di prim’ordine in grado di miscelare il comico farsesco e la tragica assurdità della vita.
Harold Pinter lo sceneggiatore
Accanto alla sua imponente attività di drammaturgo, lo scrittore londinese si mette in luce come sceneggiatore di romanzi altrui per il cinema. Il motivo è semplice. Pinter è un maestro anche nello scrivere per il mezzo filmico, che necessita di poco dialogo, ma di ambientazione, di recitazione e movimento degli attori, di un efficace commento musicale per definire le atmosfere. Il trasferimento su grande schermo della pagina di un libro richiede un’ abilità che è nelle corde dello scrittore. Egli inizia la sua nuova attività letteraria con Il guardiano, 1963, tratto da una sua pièce teatrale, ma la sua prima sceneggiatura non originale è sempre del 1963 e segna la nascita di un sodalizio artistico con il regista Joseph Losey, già autore ribelle segnalato negli anni Quaranta dalla famigerata Commissione McCarthy, inserito nelle liste nere degli indesiderati e costretto all’esilio in Europa, per i suoi film nei quali le differenze di classe sociale sono sempre sottolineate apertamente. In Il servo, tratto dal romanzo omonimo di Robin Maugham, il rapporto tra l’oppressore e la vittima, rappresenta per Pinter il beffardo scambio delle parti di una società che si è illusa di aver soffocato in propri istinti. Il rovesciamento del potere di un contesto sociale borghese che si sta sfaldando.
Nel ‘ 63 Losey è il precursore di tutta una schiera di cineasti stranieri che verranno a Londra a cercare una loro identificazione culturale ed esistenziale, dal polacco Roman Polanski ( Repulsion, 1965 è il suo biglietto da visita), al nostro Michelangelo Antonioni, l’autore dell’insuperabile Blow –Up, 1967.
Il servo è la prima opera di una trilogia della coppia artistica Losey- Pinter, di cui fanno parte anche da L’incidente, 1967, elegante rappresentazione del mondo accademico di Oxford con le sue insoddisfazioni esistenziali e sentimentali ( al centro della storia il triangolo amoroso tra Stephen, docente di filosofia, William un suo allievo e Anna una bella austriaca) e Messaggero d’ amore, Palma d’ oro al Festival di Cannes 1971, vicenda amorosa tra un uomo e una donna appartenenti a due classi sociali differenti vista con gli occhi innocenti di un ragazzino che apprende così le prime lezioni di vita.
Pinter nel 1966 si diverte anche a scrivere il copione per il cinema del romanzo di Adam Hall, Operazione Phonix, cui sarà dato il titolo di Quiller memorandum; una storia di spie a Berlino che gli permette di giocare con un genere, quello spionistico, esploso all’ epoca con il mito di James Bond e dei suoi numerosi imitatori.
Nel 1976 il drammaturgo affronta senza timore la trasposizione filmica del romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald, Gli ultimi fuochi, uno sguardo perduto sul brutale mondo hollywoodiano, ispirato alla figura del mitico produttore Irving Thalberg, che sullo schermo avrà il volto di Robert De Niro diretto da Elia Kazan.
Nel 1981 Pinter scrive una delle sue più belle sceneggiature, La donna del tenente francese, per la regia di Karel Reisz, dal romanzo di John Fowles; protagonisti due attori di fama che devono girare un film in costume ambientato in epoca vittoriana sulla costa meridionale dell’ Inghilterra, travolti da vera passione durante le riprese.
Con Tradimenti, 1983 diretto da David Jones, il drammaturgo sceneggia un suo stesso testo teatrale, ribaltando la storia di un adulterio ambientato dal raffinato mondo editoriale, raccontata a ritroso dalla fine della relazione fino al suo inizio. Un’ opera per alcuni dettata da motivi personali, la nascita di una relazione amorosa intrecciata quand’ era ancora sposato, con una bella presentatrice televisiva.
Dopo Tartaruga ti amerò dal bel romanzo di Russell Hoban, regia di John Orvon nel 1985, originale incontro sentimentale tra un commesso di libreria e una scrittrice di libri per bambini animati dallo stesso desiderio di libertà, Harold Pinter mette mano al romanzo di Fred Uhlman, L’amico ritrovato, diretto per il grande schermo da Jerry Schatzberg, che descrive con intensa capacità narrativa la bella e franca amicizia nella Germania di Hitler, tra due compagni di liceo, l’ebreo Hans Strass e il nobile Korandin von Lohenburg. Molti anni più tardi l’ anziano Hans, emigrato a New York e divenuto nel frattempo un uomo d’ affari di successo, torna nella sua ex patria alla ricerca dell’ amico di gioventù, scoprendo un’ amara verità. Von Lohenburg è stato giustiziato per aver preso parte al complotto contro Hitler del luglio 1944.
Harold Pinter, un intellettuale scomodo e polemico
Dopo aver lasciato nel 1977 la prima moglie Viviene Merchant, che aveva sposato nel 1956, per unirsi in matrimonio in seguito nel 1980 con Antonia Fraser, egli, uno dei più grandi scrittori di teatro della sua generazione, si è dedicato all’impegno politico a sinistra, soprattutto dagli anni Settanta, esprimendo focosamente le sue idee progressiste sui quotidiani britannici. Molto vibrata è stata la sua protesta contro l’intervento americano in Iraq, ma anche il suo appello lanciato pochi mesi prima di morire per individuare i responsabili dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaia, che ha confermato ancora una volta il suo carattere incline alle polemiche, il suo essere uomo ed artista da sempre contro il potere, il suo temperamento non comune e la sua personalità lucida ed attenta alla realtà del mondo contemporaneo nel quale ha vissuto da vero protagonista.

MESSAGGERO D’ AMORE
( The Go-Between)
REGIA DI JOSEPH LOSEY
SCENEGGIATURA DI HAROLD
PINTER, DALLA NOVELLA DI LESLIE POLES
CON JULIE CHRISTIE,
ALAN BATES, MICHAEL REDGRAVE,
DOMINIC GUARD
GRAN BRETAGNA, COLORE, 1971
118 MIN.
Agli inizi del secolo scorso, il tredicenne Leo, un
Povero orfano, trascorre le vacanze in una sontuosa
casa di campagna del Norfolk, ospite del suo compagno
di scuola e amico Markus, la cui sorella maggiore
Marian, la sola a trattarlo gentilmente, diventa
l’oggetto della sua smisurata infatuazione.
Si trasforma così in messaggero recapitando delle
lettere d’amore tra lei e il fattore Ted Burgess che
i due si scambiano nel corso della relazione sentimentale
tenuta segreta a causa della loro appartenenza a
due classi sociali distinte ed incompatibili.
Scoperti, gli amanti sono costretti ad interrompere il loro
legame. Marian sarà obbligata dalla famiglia a sposare
il fidanzato ufficiale lord Trimingham e la storia volgerà
verso tragiche conseguenze.

IL SERVO
( The Servant)
REGIA DI JOSEPH LOSEY
SCENEGGIATURA DI HAROL
PINTER, DAL ROMANZO
DI ROBIN MAUGHAM CON
DIRK BOGARD, SARAH MILES,
JAMES FOX
GRAN BRETAGNA, BIANCO
E NERO, 117 MIN.
Tony Mountset, un giovane aristocratico inglese
torna a vivere a Londra dopo anni d’assenza vissuti
in Kenja. Pigro e tradizionalista il giovane signore
acquistata una grande casa, si affida alle cure di un
cameriere, Hugo Barrett dalle ottime referenze e
dall’ apparenza impeccabile. Lentamente però il
domestico esercita un’influenza totalizzante su Tony,
attirandosi le antipatie della sua fidanzata Susan.
Inoltre Barrett fa assumere anche Vera, una sua
sedicente sorella che diventa l’amante del padrone
di casa. Il predominio psicologico del “ servo” sul
padrone diventa insostenibile…
LA DONNA DEL TENENTE FRANCESE
( The French Lieutenant’s Woman)
REGIA DI KAREK REISZ
SCENEGGIATURA DI HAROL
PINTER DAL ROMANZO DI
JOHN FOWLES, CON MERYL
STREEP, JEREMY IRONS, LYNSEY
BAXTER
GRAN BRETAGNA, COLORE, 1981,
123 MIN.
Due attori fama, l’ inglese Mike e l’ americana
Anna sono stati scelti come protagonisti di un film
ambientato nel 1867 in epoca vittoriana che si gira
nel Dorset sulla costa meridionale dell’ Inghilterra.
La storia della pellicola è incentrata su Sarah Woodruff
ritenuta da tutti l’ amante abbandonata di un tenente
francese, che vaga sola per i boschi o sul molo in preda
alla sofferenza sentimentale. Di lei si innamora Charles,
un uomo prossimo al matrimonio con Ernestina, figlia
di un commerciante benestante.
Parallelamente alle riprese del film nasce una storia
d’ amore tra i due interpreti. Le due vicende si intrecciano,
ma terminano con un finale opposto. La realtà e la fantasia
però sono in qualche modo destinate a confondersi…

QUILLER MEMORANDUM
( The Quiller Memorandum)
REGIA DI MICHAEL ANDERSON
DAL ROMANZO OPERAZIONE
PHONIX DI FREDERICK WILSON
SCENEGGIATO DA HAROLD PINTER,
CON GEORGE SEGAL, MAZ VON SYDOW,
SENTA BERGER.
GRAN BRETAGNA, COLORE, 1966, 105 MIN.
L’ agente segreto Quiller arriva a Berlino per investigare su
di una misteriosa organizzazione neonazista decisa a conquistare
il potere e che non esita ad uccidere chiunque si metta sulla sua
strada. Coraggiosamente, pur sapendo della morte del
collega che l’ aveva preceduto, egli adotta una strategia del tutto
originale. Si fa catturare e dopo aver subìto pressioni psicologiche
anche a base di droghe, è liberato dai suoi rapitori che si limitano
a seguirlo per scoprire per chi lavora. L’ agente, aiutato da Inge,
una giovane maestra, riesce così ad individuare
il covo dell’organizzazione, ma comincia a nutrire dubbi
sul successo della sua missione…

HAROLD PINTER


UNA PRECISAZIONE

Filosofia Futura non è destinato esclusivamente ai 'professionisti' della filosofia, ma ambisce, senza pretese e presunzioni, a favorire la nascita di un Nuovo Pensiero.
Se questo è l'obiettivo, allora vi concorrono tutte le più alte espressioni dello spirito umano, dalla Letteratura alla Musica, dalle Arti Figurative al Cinema.
In particolare, Cinema e Musica Leggera grazie alla capacità di comunicare ad un vasto pubblico (che la Filosofia in senso stretto non ha), assumono un rilievo particolare
Nota: la sintetica presentazione degli autori è ripresa dal sito internet Wikipedia.

Harold Pinter CBE (Londra, 10 ottobre 1930 – Londra, 24 dicembre 2008) è stato un drammaturgo, regista teatrale e attore teatrale britannico. Ha scritto per teatro, radio, televisione e cinema. I suoi primi lavori sono considerati fra i capolavori del teatro dell'assurdo.
Estratto dal
DISCORSO PER IL NOBEL DI LETTERATURA
Harold Pinter – Stoccolma – 7 Dicembre 2005

Nel 1958 scrissi ciò che segue:
‘Non vi è una rigida distinzione tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente vera o falsa; essa può essere vera e falsa insieme’.
Credo che ancora oggi queste asserzioni abbiano senso e si applichino all’esplorazione della realtà attraverso l’arte. Perciò come scrittore rimango loro fedele, ma come cittadino non posso farlo. Come cittadino devo chiedere: che cosa è vero? Che cosa è falso?
La verità drammaturgica è sempre elusiva. Anche se non si trova mai completamente, la sua ricerca è compulsiva. La sua ricerca è chiaramente ciò che guida gli sforzi. La sua ricerca è il compito che si ha. Più spesso che non si pensi si inciampa al buio nella verità, urtandole contro o soltanto intravedendo un’immagine o una figura che sembra corrispondere alla verità, spesso senza comprendere di averlo fatto. Ma la verità effettiva è che non c’è mai una sola verità da trovare nell’arte drammatica. Ce ne sono molte. Reciprocamente queste verità si sfidano, si ritraggono, si riflettono, si ignorano, si fanno dispetti, sono cieche. A volte si sente di avere tra le mani la verità del momento, poi essa scivola dalle dita ed è perduta.
Spesso mi è stato chiesto come nascono le mie opere teatrali. Non lo so spiegare. Non so neppure riassumere le mie opere, salvo che per dire che cosa è accaduto. Che cosa è stato detto. Che cosa è stato fatto.
La maggior parte delle opere sono generate da una battuta, una parola o un’immagine. Spesso la parola data è seguita poco dopo dall’immagine. Farò l’esempio di due battute che mi vennero alla mente inattese, seguite da un’immagine, seguita da me.
È uno strano momento, il momento della creazione di personaggi che fino a quel momento non avevano alcuna esistenza. Ciò che segue è irregolare, incerto, perfino allucinatorio, sebbene a volte possa essere una valanga inarrestabile. La posizione dell’autore è singolare. In un certo senso non è gradito ai personaggi. I personaggi gli fanno resistenza, non è facile vivere con loro, sono impossibili da definire. A loro di certo non ci si può imporre. In una certa misura si gioca con loro un gioco che non ha fine, gatto e topo, mosca cieca, nascondino. Ma alla fine ci si trova tra le mani persone di carne e sangue, persone con una propria volontà e sensibilità individuale, assemblate con dei componenti che non si possono cambiare, manipolare o distorcere.
Così il linguaggio dell’arte rimane un’impresa grandemente ambigua, sabbie mobili, un trampolino, una polla ghiacciata che potrebbe trascinare te, l’autore, in ogni momento.
Ma, come ho detto, la ricerca della verità non può fermarsi mai. Non può essere rinviata, non può essere posposta. Occorre affrontarla, proprio in tempo reale.
Il linguaggio politico, quello adoperato dai politici, non si avventura in nessuno di questi territori in quanto la maggior parte dei politici, per ciò che ci viene dimostrato, è interessata non alla verità ma al potere e alla conservazione di quel potere. Per conservare quel potere è essenziale che la gente rimanga nell’ignoranza, che viva nell’ignoranza della verità, perfino la verità della sua propria vita. Ciò che ci circonda è dunque un immenso arazzo di menzogne, delle quali ci nutriamo.
Come ognuno di noi sa, la giustificazione dell’invasione dell’Iraq fu che Saddam Hussein possedeva un arsenale altamente pericoloso di armi di distruzione di massa, alcune delle quali potevano essere azionate in 45 minuti, causando spaventose devastazioni. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero. Ci venne detto che l’Iraq aveva legami con Al Qaeda ed era corresponsabile delle atrocità dell’11 settembre 2001 a New York. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero. Ci venne detto che l’Iraq minacciava la sicurezza del mondo. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero.
La verità è qualcosa di totalmente differente.
La verità ha a che fare con il modo in cui gli Stati Uniti intendono il loro ruolo nel mondo e scelgono di sostenerlo.
Vi invito a considerare che gli Stati Uniti sono senza dubbio il più grande spettacolo in circolazione. Possono essere brutali, indifferenti, sprezzanti e spietati, ma sono anche molto abili. Come piazzisti non hanno eguali e la loro merce più venduta è l’amore di sé. Sono dei vincenti. Ascoltate tutti i presidenti americani dire alla televisione le parole ‘il popolo americano’, come nella frase ‘Io dico al popolo americano che è il tempo di pregare e di difendere i diritti del popolo americano e chiedo al popolo americano di aver fiducia nel suo presidente per l’azione che intende svolgere nell’interesse del popolo americano.’
È un brillante stratagemma. Il linguaggio è in effetti adoperato per tenere a bada il pensiero. Le parole ‘il popolo americano’ procurano un guanciale quanto mai voluttuoso di rassicurazione. Non si ha bisogno di pensare. Basta mettersi comodi sul cuscino. Il cuscino può soffocare l’intelligenza e le facoltà critiche ma è molto confortevole. Questo naturalmente non riguarda i 40 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà e i 2 milioni di uomini e donne imprigionati nell’immenso gulag carcerario, che attraversa gli USA.
La vita di uno scrittore è un’attività assai vulnerabile, quasi nuda. Non ci si deve piangere sopra. Lo scrittore fa la sua scelta e le rimane fedele. Ma è vero che si è esposti a tutti i venti, alcuni dei quali davvero gelidi. Si finisce da soli, in una posizione pericolosa. Non si trova alcun riparo.
Quando guardiamo dentro a uno specchio noi pensiamo che l’immagine di fronte a noi sia fedele. Ma muoviamoci di un millimetro e l’immagine cambia. Noi stiamo in effetti assistendo a un infinito gioco di specchi. Ma a volte uno scrittore deve rompere lo specchio – perché è dall’altra parte di quello specchio che la verità ci fissa.
Io credo che nonostante gli enormi ostacoli che esistono, la risoluta, costante, tenace determinazione intellettuale di definire, come cittadini, la reale verità delle nostre vite e delle nostre società è un compito decisivo che incombe su noi tutti. Esso infatti è vincolante.

lunedì 3 gennaio 2011

ANTOLOGIA DEL PENSIERO


Friedrich Wilhelm Nietzsche (Röcken, 15 ottobre 1844 – Weimar, 25 agosto 1900) è stato un filosofo e scrittore tedesco.
Tra i maggiori filosofi occidentali di ogni tempo, Nietzsche ebbe un'influenza articolata e controversa sul pensiero filosofico e politico del Novecento. La sua filosofia è considerata da alcuni uno spartiacque della filosofia contemporanea verso un nuovo tipo di pensiero, ed è comunque oggetto di divergenti interpretazioni. In ogni caso si tratta di un pensatore unico nel suo genere, sì da giustificare l'enorme influenza da lui esercitata sul pensiero posteriore.

da
' COSI' PARLO' ZARATHUSTRA'
estratto prima parte

Quando Zarathustra giunse nella più vicina città, situata al confine della foresta, vi trovò molta folla adunata sul mercato: poiché era giunta notizia che un funambolo vi avrebbe dato spettacolo. E Zarathustra così parlò al popolo:"Io vi annunzio il Superuomo. L'uomo è qualcosa che deve essere superato. Che cosa avete voi fatto per superarlo?
Ogni essere sinora ha creato qualcosa sopra se stesso: e voi volete essere il riflusso di questo gran flusso e ritornare alla bestia, anziché superare l'uomo?Che cosa mai è la scimmia per l'uomo? Una risata, una penosa vergogna. Questo deve essere l'uomo per il Superuomo: una risata, una penosa vergogna.Finora avete percorso la via che va dal verme all'uomo, e molto è in voi ancora verme. Una volta eravate scimmie, e anche oggi l'uomo è più scimmia di qualunque scimmia.Chi tuttavia è fra voi il più saggio, non è che un essere disarmonico, un ibrido fra la pianta e il fantasma. Vi dico io forse di divenire piante o fantasmi?Ascoltate, io vi insegno il Superuomo!
Il Supenuomo è il senso della terra. E così il vostro volere dica: il Superuomo deve essere il senso della terra!
Vi imploro, o miei fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di speranze ultraterrene! Sono degli avvelenatori, consapevoli o meno: Sono spregiatori della vita, gente che sta morendo, avvelenati essi stessi da se stessi: la terra è stanca di loro: possano per sempre scomparire!Una volta il crimine contro Dio era il più grande peccato; ma Dio è morto, e con lui sono morti anche i colpevoli di quel crimine. Oggi la colpa più orribile è peccare contro la terra, e tenere in più alto pregio le viscere dell'impenetrabile che, il senso della terra!
Una volta l'anima guardava con dispregio il corpo: e questo dispregio era il più alto valore: essa lo voleva magro, orrido, affamato. Così immaginava di sfuggire al corpo e alla terra.
Ahimè, era l'anima stessa che era magra, orrida, affamata: e la crudeltà era la sua voluttà!Ma anche voi, fratelli miei, ditemi: che dice il vostro corpo della vostra anima? Non è essa meschinità e sozzura e tristo piacere?
L'uomo è veramente un fiume melmoso. Bisogna essere un mare per accogliere un fiume così sudicio senza rimanerne insudiciati.
Ascoltate, io vi insegno il Superuomo: egli è questo mare, in esso può sprofondare il vostro grande disprezzo.
Qual è la massima esperienza che potete vivere? L'ora del grande disprezzo. L'ora nella quale anche la vostra gioia diventa uno schifo, così la vostra ragione e la vostra virtù.L'ora nella quale voi dite: ‘Che me ne importa della mia felicità! È una cosa povera e sporca e un misero conforto. Proprio la mia felicità, dovrebbe da sola bastare a giustificare l'esistenza!’
L'ora nella quale vol dite: 'Che me ne importa della mia ragione! Forse avete fame di sapienza come il leone ha fame del suo cibo? Ma non è che cosa povera e sporca e un misero conforto!'
L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia vlrtù! Essa non è riuscita ancora a farmi immpazzire! Come sono stanco del mio bene e dei mio male! Tutto ciò non è che povero e sporco e un misero conforto!'L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia giustizia! Io non vedo ch'io sia ancora divenuto un carbone ardente. Ma il giusto è un carbone ardente!'L'ora nella quale voi dite: 'Che me ne importa della mia compassione! Non è compassione la croce alla quale viene inchiodato colui che ama gli uomini? Ma la mia compassione non è una crocefissione'.
Avete già parlato in questo modo? Avete già urlato in questo modo? Ah, se vi avessi udito già gridare in questo modo!
Non il vostro peccato; è la vostra contentezza soddisfatta che grida vendetta al cospetto del cielo, la vostra avarizia stessa che nel vostro peccato grida vendetta al cospetto del cielo!
Dov'è il fulmine che vi abbia lambito con la sua lingua? Dove la follia della quale voi abbiate dovuto essere vaccinati?
Vedete, io vi insegno il Superuomo: egli è questo fulmine, egli è questa follia!"Quando Zarathustra ebbe parlato così, uno del popolo gridò: "Abbiamo sentito abbastanza parlare del funambolo; fatecelo finalmente vedere!" E tutto il popolo rise di Zarathustra. Ma il funambolo, che credette che il discorso fosse fatto per lui, cominciò a prepararsi.
E Zarathustra vide il popolo e si meravigliò. Allora parlò così:"L'uomo è una corda, tesa tra l'animale e il Superuomo, una corda sopra un precipizio:Un pericoloso oltrepassamento, un pericoloso andamento, un pericoloso volgersi indietro, un pericoloso trasalire ed arrestarsi.
Ciò che è grande nell'uomo, è che egli è un ponte e non una mèta: ciò che può venire amato, è che egli è un transito e una catastrofe.Amo coloro che non sanno vivere, sia pure come decadenti, perché sono coloro che vanno oltre.
Amo i grandi dispregiatori, perché sono i grandi adoratori e le grandi frecce della nostalgia verso l'altra riva.
Amo coloro che non cercano al dl là delle stelle una ragione per naufragare e sacrificarsi: ma si sacrificano alla terra, onde far sì che la terra sia un giorno del Superuomo.Amo colui che vive per riconoscere, e che vuol conoscere, onde far sì che un giorno viva il Superuomo. E così vuole il proprio tramonto.Amo colui che lavora e scopre, onde costruire la casa del Superuomo, e preparargli il terreno, gli animali e le piante: perché è uno che vuole la propria rovina.
Amo colui che non trattiene per sé goccia alcuna di spirito, ma vuole essere interamente lo spirito della sua virtù; perché è uno che avanza come spirito sopra il ponte.Amo colui che fa della sua virtù la stia inclinazione e il suo destino: perché è uno che a causa della sua virtù vuole e non vuole più vivere.Amo colui che non vuole avere molte virtù. Una virtù è più virtù di due, perché è maggiormente un nodo a cui si appende un destino.Amo colui la cui anima si spende generosamente; e non vuole essere ringraziato, e neanche ringrazia: perché è uno che sempre dona e non si preoccupa della propria conservazione.
Amo colui che si vergogna quando il dado della sorte cade in suo favore, e allora chiede a se stesso: sono forse un falso giocatore? Poiché è uno che vuole inabissarsi.Amo colui che fa precedere le sue azioni da parole d'oro, e sempre mantiene più di quanto promette: perché vuole la sua rovina.
Amo colui che giustifica i posteri ed è un compimento per i trapassati: perché è uno che vuole che il presente lo distrugga.
Io amo colui che maltratta il proprio Dio, perché è uno che ama il suo Dio, e dovrà andare in rovina per l'ira del suo Dio.
Io amo colui la cui anima è profonda anche nella ferita, e può andare a fondo anche per un piccolo evento: perché è uno che passa volentieri sopra il ponte.Io amo colui la cui anima trabocca, tanto da dimenticare se stesso, e tutte le cose sono in lui: tutte le cose divengono la sua rovina.
Io amo colui che ha libero spirito e libero cuore: così che la sua testa è soltanto un viscere del suo cuore, ma il suo cuore lo sospinge verso l'abisso.Io amo tutti coloro che sono gocce pesanti che cadono ad una ad una dal nembo oscuro che pende sugli uomini: e annunciano che il fulmine arriva, e come annunciatori vanno verso la loro rovina.Vedete, io sono un annunciatore del fulmine e una goccia pesante del nembo: ma il fulmine si chiama Superuomo.
Quando Zarathustra ebbe detto queste parole, guardò in faccia di nuovo la gente e tacque. "Eccoli lì," disse al suo cuore "ridono: non mi comprendono, io non sono una bocca adatta per orecchi.
"È tempo che l'uomo definisca la sua mèta. E tempo che l'uomo pianti il seme della sua più alta speranza.
A ciò il suo terreno è ancora abbastanza ricco. Ma esso diverrà un giorno povero e debole e nessun albero di alto fusto vi crescerà più.Guai! Viene il tempo nel quale l'uomo non scaglierà pii la freccia della sua nostalgia al di là dell'uomo; in cui il crine del suo arco non saprà più vibrare.Io vi dico che bisogna avere ancora in se stessi il caos, per poter generare una stella danzante. Io vi dico che avete ancora il caos in voi.Ma guai! Viene il tempo in cui l'uomo non avrà più stelle da generare. Guai! Viene il tempo dell'uomo giunto all'estremo limite della sua spregevolezza, che non saprà più neanche disprezzarsi.
Ecco! Io vi mostro l'ultimo uomo.
Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è nostalgia? Che cosa è stella? Così chiedé l'ultimo uomo e ammicca.
La terra allora sarà divenuta piccola, e su di lei andrà saltellando l'ultimo uomo, che renderà tutto piccino. La sua schiatta è indistruttibile come la pulce di terra; l'ultimo uomo è quello che vive più a lungo di tutti.Noi abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c'è bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché c'è bisogno di calore.Ammalarsi e diffidare è per essi peccato: e si va avanti guardinghi. Pazzo chi ancora incespica sulle pietre o sugli uomini!
Ogni tanto un po' di veleno: esso fa sognare gradevolmente. E alla fine molto veleno, per gradevolmente morire.
Si lavora ancora, poiché il lavoro è un modo di passare il tempo. Ma si cerca di fare in maniera che questo divertimento non danneggi.Non si è più poveri o ricchi: entrambe le situazioni sono troppo impegnative. Chi vuole ancora dominare? Chi vuole ancora obbedire? L'una e l'altra cosa sono troppo impegnative.

sabato 1 gennaio 2011

ANTOLOGIA DEL PENSIERO


ANTOLOGIA DEL PENSIERO

Il pensiero è la Poesia [Dichten] della verità dell'essere nel dialogo storico dei pensanti. (Heidegger)

CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE NELL'ASIA
di
Giacomo Leopardi
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.
Ancor non sei tu paga
di riandare i sempiterni calli?
Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
di mirar queste valli?
Somiglia alla tua vita
la vita del pastore.
Sorge in sul primo albore
move la greggia oltre pel campo, e vede
greggi, fontane ed erbe;
poi stanco si riposa in su la sera:
altro mai non ispera.
Dimmi, o luna: a che vale
al pastor la sua vita,
la vostra vita a voi? dimmi: ove tende
questo vagar mio breve,
il tuo corso immortale?
Vecchierel bianco, infermo,
mezzo vestito e scalzo,
con gravissimo fascio in su le spalle,
per montagna e per valle,
per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
al vento, alla tempesta, e quando avvampa
l'ora, e quando poi gela,corre via, corre, anela,
varca torrenti e stagni,
cade, risorge, e piú e piú s'affretta,
senza posa o ristoro,
lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
colà dove la via
e dove il tanto affaticar fu vòlto:
abisso orrido, immenso,
ov'ei precipitando, il tutto obblia.
Vergine luna, tale
è la vita mortale.
Nasce l'uomo a fatica,
ed è rischio di morte il nascimento.
Prova pena e tormento
per prima cosa; e in sul principio stesso
la madre e il genitore
il prende a consolar dell'esser nato.
Poi che crescendo viene,
l'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
con atti e con parole
studiasi fargli core,
e consolarlo dell'umano stato:
altro ufficio piú grato
non si fa da parenti alla lor prole.
Ma perché dare al sole,
perché reggere in vita
chi poi di quella consolar convenga?
Se la vita è sventura,
perché da noi si dura?
Intatta luna, tale
è lo stato mortale.
Ma tu mortal non sei,
e forse del mio dir poco ti cale.
Pur tu, solinga, eterna peregrina,
che sí pensosa sei, tu forse intendi,
questo viver terreno,
il patir nostro, il sospirar, che sia;
che sia questo morir, questo supremo
scolorar del sembiante,
e perir dalla terra, e venir meno
ad ogni usata, amante compagnia.
E tu certo comprendi
il perché delle cose, e vedi il frutto
del mattin, della sera,
del tacito, infinito andar del tempo.
Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
rida la primavera,
a chi giovi l'ardore, e che procacci
il verno co' suoi ghiacci.
Mille cose sai tu, mille discopri,
che son celate al semplice pastore.
spesso quand'io ti miro
star cosí muta in sul deserto piano,
che, in suo giro lontano, al ciel confina;
ovver con la mia greggia
seguirmi viaggiando a mano a mano;
e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
che fa l'aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?
Cosí meco ragiono: e della stanza
smisurata e superba,
e dell'innumerabile famiglia;
poi di tanto adoprar, di tanti moti
d'ogni celeste, ogni terrena cosa,
girando senza posa,
per tornar sempre là donde son mosse;
uso alcuno, alcun frutto
indovinar non so. Ma tu per certo,
giovinetta immortal, conosci il tutto.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell'esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors'altri; a me la vita è male.
O greggia mia che posi, oh te beata,
che la miseria tua, credo, non sai!
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
quasi libera vai;
ch'ogni stento, ogni danno,
ogni estremo timor subito scordi;
ma piú perché giammai tedio non provi.
Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
tu se' queta e contenta;
e gran parte dell'anno
senza noia consumi in quello stato.
Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
e un fastidio m'ingombra
la mente, ed uno spron quasi mi punge
sí che, sedendo, piú che mai son lunge
da trovar pace o loco.
E pur nulla non bramo,
e non ho fino a qui cagion di pianto.
Quel che tu goda o quanto,
non so già dir; ma fortunata sei.
Ed io godo ancor poco,
o greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
se tu parlar sapessi, io chiederei:
- Dimmi: perché giacendo
a bell'agio, ozioso,
s'appaga ogni animale;
me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale? -
Forse s'avess'io l'ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
piú felice sarei, dolce mia greggia,
piú felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dí natale.