venerdì 25 febbraio 2011

UNA SVOLTA FILOSOFICA - PAROLE


PAROLE

Cerco parole che non trovo sul mio vecchio vocabolario.
Cerco parole che mi facciano capire il senso dell'esserci nel mondo.
Quelle sin qui usate e abusate non riescono più a spiegarmelo.
Che cos'è l'io? Che cos'è il sé?
Che cos'è la vita? Che cos'è la morte?
E poi anima, spirito, coscienza, intelligenza, ragione, cosa sono?
Gli uomini più saggi hanno scritto volumi intorno a queste astrazioni,
convinti in cuor loro di essersi impossessati della loro conoscenza.
Peccato che hanno impiegato altre astrazioni come 'logica', 'dialettica', 'fenomenologia',
'empirismo', etc...etc...', anche loro bisognose di una chiarificazione.
Nessun dubbio sulla grandezza del pensiero di un Aristotele, di un Cartesio, di un Kant,
di un Heidegger e così per decine di altri filosofi.
Per anni la lettura delle loro opere è stata avvincente e formativa.
Ma ora mi accade qualcosa di strano:
i concetti acquisiti ed elaborati nella concretezza del farsi carne e sangue
lasciano il posto ad una sensazione di vuoto.
Di ogni parola scritta rimane il segno grafico.,
di ogni parola detta un suono indistinto.
E' il senso che sin qui l'accompagnavano che svanisce e si smarrisce.
Il bello è che non mi sento affatto orfano di quel poco di conoscenza che credevo di possedere;
al contrario è come se mi liberassi di un fardello che appesantiva il pensiero.
Se ci immaginiamo come una casa e la filosofia come l'aria che vi si respira, che si fa in una casa quando l'aria si fa pesante e rarefatta? Si aprono le finestre perché entri aria nuova e fresca.
Non si può e non si deve cancellare quanto della vecchia filosofia è impresso nella memoria.
Per riprendere la metafora appena utilizzata, si possono però aprire le finestre del pensiero per favorirne la fuoriuscita.
Quel che la filosofia che storicamente si vuole inaugurata da Talete ha dato, ha dato.
Punto e daccapo.
Ora abbiamo dinanzi un orizzonte meraviglioso, dove si cominciano ad udire parole mai udite, ad intravedere forme mai viste. Abilitiamo la nostra stessa casa per essere pronta a ricevere una luce mai apparsa.

martedì 22 febbraio 2011

CANZONI - Testi


Nell'epoca che viviamo la canzone costituisce uno straordinario mezzo di comunicazione.
Certo molte di esse non riescono a superare il livello della 'chiacchera quotidiana' (son quelle che eufemisticamente si definiscono 'orecchiabili'), ma molte per la qualità della musica e dei testi questo livello lo superano per offrirsi come autentico prodotto culturale.
In relazione ai testi abbiamo voluto distinguerle in tre categorie: Canzoni d'Amore, Canzoni Sociali, Canzoni Esistenziali.
Apriamo la rubrica riportando le parole di una dolce canzone d'amore di Francesco Guccini: La Canzone della Colomba e del Fiore.
Alberto Re

CANZONE DELLA COLOMBA E DEL FIORE
di Francesco Guccini

Amore, s'io fossi aria, le tue rondini vorrei, per guardarmele ogni minuto e farle volare negli occhi miei, quelle rondini bianche e nere che anche mute dicono tanto: tutta la gioia di mille sere ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto ed un momento solo di pianto...
Amore, mai sarò stanco di bermi tutto il tuo miele, quando ridi o quando mi parli in me si gonfiano mille vele ; quando un sogno od un tuo segreto ti fan seria e sembri rubata, guizzan pesci tra i tuoi due fiori, rivive l' anima mia assetata rivive l' anima mia assetata, rivive l' anima mia assetata rivive l' anima mia assetata...
Amore, pensa s'io avessi una torre colombaria per far posare le tue due colombe stanche di volare in aria, vederle alzarsi dritte nel cielo e atterrare fra le mie mani per carezzarle dentro ai miei oggi e baciarle fino a domani e baciarle fino a domani, e baciarle fino a domani e baciarle fino a domani...
Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa perchè l' anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa, quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, misteriosa come la sera, balenante come una spada balenante come una spada, balenante come una spada, balenante come una spada....
Amore, colomba, fiore, amore fragile e forte, sfrontatezza e pudore, compagna di gioia e sorte, sapore amaro e dolcezza, con l' arcobaleno fra le dita, vorrei perdermi nel tuo respiro, vorrei offrirti questa mia vita vorrei offrirti questa mia vita, vorrei offrirti questa mia vita, vorrei offrirti questa mia vita...

martedì 8 febbraio 2011

CHE VITA E' ?


Nella alienazione che impedisce il riconoscimento del proprio sé, dove in ogni vissuto della vita, in ogni rapporto intramondano l'ego è altro da sé, non si può far altro che accettare la vita, accettare la costrizione della nascita e della morte. L'istinto di conservazione e di sopravvivenza ( con Eros il segno più potente della volontà) esime dal ricorrere al pensiero nel discernimento critico del senso della vita. Questo tempo, il tempo della massima estensione della follia nichilista, non è ancora il tempo propizio perché l'umanità possa seriamente pensare a ciò che chiama vita. In questo contesto, ovvero in un mondo abbandonato dalla verità, pensare la vita sarebbe estremamente pericoloso. Senza più nessuna specie di Dio a cui aggrapparsi, l'umanità si troverebbe in uno stato di smarrimento e di disorientamento assai più grave di quello in cui già si trova.
Si sarebbe tentati di affermare che, allo stato delle cose, sia preferibile che prevalga la chiacchiera, che si creda che il non-senso abbia un senso.
Addirittura si potrebbe giungere a giudicare la follia un bene, se la follia permette di vivere una vita dove al dolore succede la noia, alla noia la disperazione, alla disperazione l'alienazione e così via. La felicità è assente, perché ciò che viene chiamato felicità o è semplicemente momentanea assenza di dolore o è il prodotto di allucinazioni della mente (si veda, a titolo esemplificativo, lo stato erotico-sentimentale dell'innamoramento). Si può allo stesso modo dire che la felicità è un sogno che perdura anche nello stato di veglia, o presunta tale.
Quando Leopardi afferma che la verità è un male e ad essa è preferibile l'illusione, coglie nel segno: se è la vita che si vuol salvare, allora è necessario che l'umanità continui a cullarsi nelle illusioni, a sognare. L'esser desti, l'esser nella verità, costringerebbe l'uomo a vedere nella vita il nulla, 'il solido nulla'.
Certo, la verità di cui parla Leopardi è la verità del pensiero nichilista (ovvero della intera filosofia), ma il senso delle sue parole rimane inalterato.
Ma se è l'ignoranza a salvare la vita, che vita è quella che viviamo?
Già abbiamo accennato che in essa è preclusa la felicità, ovvero l'aspirazione più alta dell'essere umano. Il che conduce conseguentemente alla conclusione che nella ignoranza l'uomo inconsciamente rinuncia alla felicità a favore di una vita segnata dal dolore e dall'angoscia. E vi è angoscia perché, sempre nella ignoranza, non si riesce a comprendere che 'la natura della vita è la morte'.
In Heidegger 'l'essere per la morte' che è costitutivo 'dell'esserci', sarebbe senz'altro un concetto logicamente inattaccabile, se non fosse per la particella 'per' che indica un movimento dell'essere verso la morte. E' la fede nel divenire che impedisce ad Heidegger di affermare semplicemente ma veritativamente che 'la vita è la morte' e 'la morte è la vita'.
La totale rimozione nell'inconscio dell'inconscio di questa equivalenza fa sì che si generi la paura della morte, paura accompagnata dalla deiezione ed angoscia esistenziali. Una paura che altrimenti non avrebbe ragione di sussistere, stante la reciprocità di senso che connaturano vita e morte.
Tanto che appare più che legittimo il dubbio che la paura della morte nasconda in sé la vera paura, che è 'la paura della vita'. La vita fa paura perché è nel tempo, quel tempo finito che impedisce di cambiare il passato, che non ha presente perché nulla persiste, che ignora il futuro consegnandolo alla totale imprevedibilità. E se i viventi sono, come sono, gli abitatori del tempo, essi 'vivono la morte', secondo dopo secondo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, etc. nella scansione della misura matematica che si sono dati e che, nell'epoca attuale, è raffigurata dalla immagine dell'orologio.
Entro la dimensione creduta diveniente del mondo, il passare del tempo è il suo 'consumarsi', il suo 'esaurirsi' sino al termine designato della morte. La quale, nella verità dell'essere, costituisce la perfezione della vita, il 'perfectum' indiveniente di contro alla successione diveniente della vita vissuta. Non solo la morte non è annichilimento della vita, bensì, al contrario, è la negazione del suo annichilimento. Nella verità dell'essere, abbiamo un rovesciamento radicale del significato della morte e di converso della vita. Nella verità il vivente vivrebbe la vita come eterna attualità il che presupporrebbe l'inesistenza della morte. Il fenomeno della morte non verrebbe più assunto quale scacco drammatico e doloroso ma si darebbe come inglobamento nel senso autentico del vivere. Quel senso che rende possibile la felicità, venendo meno l'angoscia che accompagna l'interpretazione nichilistica della vita come esistenza (da ex-sistere ovvero lo 'stare fuori dall'essere').
Lo stare nell'essere, viceversa, è l'attualizzazione eterna degli infiniti enti che sorgono e tramontano, si presentano e si assentano, sono il 'qui ed ora' vissuto ed il ricordo, 'qui ed ora', del vissuto. Nella dimensione che vede il trionfo della gioia, il vivente non è l'ente che consuma il tempo e ne è consumato, perché non vi è alcun tempo da consumare. Se il vivente è l'uomo, egli è già nell'oltrepassamento del proprio esserci intramondano, egli è già oltre la condizione attuale di abitatore del tempo.
Ma sino a che resiste la follia nichilista, la vita è dolore e la morte fa paura.
Il pensiero subendo il predominio della volontà, si perde nella chiacchiera o si culla nelle illusioni.
Tuttavia per quanto potente, la volontà non è in grado di eliminare il pensiero.
Può cercare di nasconderlo, di deviarlo, perturbarlo, sconvolgerlo: mai annichilirlo. Perché il pensiero è indissolubilmente legato all'ego, alla componente cosciente dell'essere umano. Ma l'ego del pensiero (l'ego che pensa e si pensa) è profondamente diverso dall'ego che si forma sulla volontà.
Mentre l'ego 'volitivo' è l'errore che conduce alla follia, l'ego pensante nello stesso momento in cui pensa o si pensa è già nel suo proprio oltrepassamento. Non è più riconducibile all'ego 'volitivo'. L'oltrepassamento dell'ego, sciogliendo le catene che lo legano alla volontà, è apertura all'ego autentico, all'eterno riflettersi dell'Essere. In uno nell'Essere, l'ego, la vita, il mondo assumono significati inauditi, non rappresentando più alcune tra le molteplici forme in cui si manifesta l'errore della fede nel divenire.
Con il tramonto dell'ego, della vita, del mondo, in quanto costituiti dalla volontà, non avrebbero più ragione d'essere tutta quella serie di problemi che è connessa alla alienazione di ciò che è altro da sé, a partire, come si è sin qui evidenziato, dall'ego.
Quando non si ha timore di pensare (ovvero di mettere tutto in discussione, radicalmente, e di aprirsi così all'inaudito), non c'è bisogno di 'accettare' la vita e di credere nella esistenza della morte. Non c'è bisogno, perché non esistono più i presupposti (la fede nel divenire) che determinano il loro significato corrente.

Alberto Re

domenica 6 febbraio 2011

EMANUELE SEVERINO - 1


Pubblichiamo il primo di una costante serie di interventi di Emanuele Severino, il cui pensiero è per noi costitutivo per l'avvento di una 'Filosofia Futura'.
Si richiama la sua biografia pubblicata il 17 gennaio 2011.

Un orizzonte etico per il nostro tempo
di Emanuele Severino

Si è generalmente propensi a pensare che le parole “etica” e “tecnologia” indichino due dimensioni
molto distanti tra loro, se non addirittura incompatibili. Ancora si fa fatica a scorgere che, all’opposto, tali dimensioni sono entrambe espressioni della stessa anima, e cioè che la nobiltà impotente dell’etica e la ruvida potenza della tecnica sono, all’opposto, due configurazioni dello stesso atteggiamento fondamentale.
Intendo chiarire brevemente questa affermazione, considerando come equivalenti le espressioni “tecnologia” e “tecnica” (senza con questo escludere che in vista di certe elaborazioni concettuali la differenza semantica tra le due espressioni non possa essere perduta di vista). Aggiungo che il discorso rimane circoscritto nell’ambito della civiltà occidentale.
Le parole “etica”, “tecnologia”, e la parola “logos” che insieme a “téchne” forma la parola “tecnologia”, sono greche, cioè parole del linguaggio e del pensiero che sta alla radice della nostra
civiltà.
Lungo la Storia dell’Occidente l’etica compare con un senso che è ben lontano dall’impotenza che compete a ciò che abbiamo chiamato “nobiltà impotente”. “Etica” è parola derivata da “éthos”, che
originariamente significa “luogo in cui si abita”, “dimora”. Il luogo in cui si abita e la dimora devono essere luoghi “sicuri”. Al di là di ogni espediente per renderli sicuri, l’uomo pensa che la sicurezza dell’abitare è possibile solo se, da ultimo, l’abitare stringe una alleanza con la potenza che gli abitatori ritengono suprema. Già nell’esistenza mitica la potenza suprema è il divino.
Con il pensiero greco la potenza suprema è il divino quale appare all’interno del vero e supremo sapere dell’uomo, la filosofia. L’uomo greco abita la polis, in quanto la vede come luogo sicuro che
è potente perché è alleato con la vera e suprema potenza del divino. Il divino appaga con la sua potenza le aspirazioni dell’uomo. Esse credono di poter essere accolte dal divino perché credono di
essere in accordo – alleate – con l’ordinamento divino del mondo.
Attraverso un processo la cui profondità e inevitabilità sfuggono ancora a gran parte della nostra cultura, il nostro tempo è giunto alla convinzione che la potenza suprema non è più il divino che appare nella verità del sapere filosofico, ma è la tecnica.
Tuttavia anche in questo caso l’idea della potenza suprema della tecnica è debitrice della propria esistenza al pensiero filosofico – in questo caso, al pensiero filosofico del nostro tempo. Oggi anche la gente pensa che a muovere le montagne non sia più la fede religiosa, ma la tecnica (che peraltro è essa stessa una forma di fede).
Se l’etica è l’abitare sicuro e potente, che è tale per l’alleanza che gli abitatori stabiliscono con ciò che essi ritengono la potenza suprema, oggi l’etica è l’alleanza dell’uomo con la tecnica. L’uomo etico è colui che si mantiene all’interno di questa alleanza. Come la parola “etica”, così la parola “virtù” è andata perdendo il proprio significato originario, che è, daccapo, “potenza”, “forza”. “Virtù” (i Latini dicono “virtus”, i Greci “areté”) è l’insieme delle disposizioni e qualità che è necessario possedere affinché l’abitare possa stare in alleanza con la potenza suprema, diventando così veramente potente. Il virtuoso è il veramente potente. La distruzione dell’alleanza con Dio, da parte dell’alleanza con la tecnica, passa attraverso il dominio del capitalismo, ma va anche oltre questo dominio. L’etica della tecnica passa attraverso l’etica del capitalismo, dove l’uomo (imprenditore o lavoratore) si allea all’incremento indefinito del profitto; ma oltrepassa l’etica del capitalismo – che è “etica”, appunto in quanto il capitalismo è stato ed è tuttora ritenuto la forma suprema di potenza. La tecnica, infatti, non è il capitalismo.
Oggi si consiglia all’operatore economico di essere “etico” e “virtuoso” perché solo in questo modo il profitto è più sicuramente garantito. Ma in questo modo non solo si trattiene l’etica al suo significato tradizionale, ma anche si altera questo significato. Infatti essere “etici” per incrementare la ricchezza è cosa diversa dall’arricchirsi per dar vita all’abitare dove si può stabilire l’alleanza con la suprema potenza del Dio – sì che l’“etica” (e la “virtù”) come mezzo per realizzare la ricchezza è cosa diversa dall’“etica” (e dalla “virtù”) come scopo della ricchezza; e a sua volta la ricchezza come mezzo per essere “etici” (e “virtuosi”) è cosa diversa dalla ricchezza come scopo dell’“etica” (e della “virtù”). Allearsi alla potenza suprema per arricchire è cosa diversa dall’arricchire per mettersi in condizione di condurre una “vita buona”, cioè di allearsi alla potenza suprema. La tecnica non è il capitalismo – anche se il capitalismo, ancora, intende servirsi (si illude di potersi servire) della tecnica come di un semplice mezzo per l’incremento del profitto.
Indichiamo almeno uno dei motivi per i quali deve essere affermata la differenza, e anzi l’opposizione, tra tecnica e capitalismo. Come potenza suprema, la tecnica intende ridurre sempre
più quella forma di impotenza che è la scarsità, cioè la penuria dei beni di consumo. Il capitalismo, all’opposto, vive solo se perpetua la scarsità a un livello mediano, dove i beni di consumo non sono a disposizione di tutti senza bisogno di compravendita, e nemmeno sono troppo rari e dunque economicamente inaccessibili.
Ciò significa che il capitalismo, servendosi della tecnica, si serve di un mezzo che mira a uno scopo opposto a quello che il capitalismo si propone. Si serve di un mezzo che ostacola il proprio scopo – lo scopo, appunto, del capitalismo.
La potenza suprema della tecnica non è infatti indirizzata a uno scopo escludente altri scopi, ma all’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, escludendo solo il loro carattere escludente; laddove lo scopo del capitalismo è escludente – non solo perché esclude che l’incremento del profitto sia sostituito da altri scopi, ma anche – come si è detto – perché intende impedire che il livello mediano della scarsità sia sostituito dall’abbondanza senza limiti. Ma la penuria dei beni di consumo è forse la forma più rilevante della penuria di ciò che l’uomo desidera.
Sì che, mentre il capitalismo perpetua la penuria delle merci per sopravvivere – e tende a trasformare ogni forma di penuria in penuria di merci – , la tecnica ha invece come scopo l’eliminazione di ogni forma di penuria, e dunque anche la penuria di ogni bene di consumo.
Lo scontro tra il capitalismo e il proprio strumento, cioè la tecnica, indica il declino cui il capitalismo è destinato. L’etica del capitalismo tramonta perché l’agire capitalistico finisce con l’assumere come scopo l’etica della tecnica, cioè l’aumento indefinito della capacità di realizzare scopi. Questo rovesciamento, dove lo scopo originario del capitalismo diventa il mezzo per il potenziamento della tecnica, è l’instaurarsi della nuova alleanza dell’uomo etico con la tecnica. Il rapporto tra capitalismo e tecnica è analogo a quello che tutte le grandi forze della tradizione dell’Occidente intendono instaurare con la tecnica: come il capitalismo, così anche l’umanesimo, il
cristianesimo, la democrazia, il comunismo, l’islamismo intendono servirsi della tecnica come di un
semplice strumento per realizzare i loro scopi. La conflittualità tra queste forze diverse – cioè tra queste diverse forme di etica – spinge inevitabilmente verso un esito dove il loro scopo diventa il potenziamento dello strumento tecnico con cui ognuna di esse vorrebbe realizzare il proprio scopo escludente. Tuttavia la tecnica riesce a essere la potenza suprema con cui l’etica della civiltà della tecnica riesce ad allearsi – cioè l’etica, alleandosi con la tecnica, riesce ad allearsi con la potenza suprema –, solo se la tecnica non è concepita con i parametri che sono propri della tecnica stessa e della scienza del nostro tempo.
La tecnica riesce a essere la potenza suprema solo al termine del processo, già in atto ma ancora lontano dal proprio compimento, che consiste nell’unione della tecnica al risultato essenziale del pensiero filosofico degli ultimi due secoli.
L’incremento indefinito della potenza della tecnica presuppone infatti, nella tecnica, la coscienza che non esistono e non possono esistere limiti assoluti al suo agire, e soprattutto che non può esistere quella forma della potenza che, nella tradizione dell’Occidente, è stata ritenuta la potenza
suprema e divina con cui l’uomo si è alleato, assicurando così il suo abitare la terra.
La tecnica può essere la potenza suprema cui l’uomo può allearsi ed essere l’uomo etico del presente, solo se appare che la forma tradizionale dell’etica è una impossibilità. Ma non è all’interno della tecnica e della scienza che questa impossibilità può essere portata alla luce: tale impossibilità è il risultato essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo, che dunque non è una riflessione estrinseca sulla potenza, ma è la condizione necessaria affinché possa esistere la tecnica come la potenza attualmente suprema.
Nella misura in cui sta dinanzi agli occhi della tecnica, l’esistenza di un Dio e di un ordinamento divino e immutabile del mondo limita l’agire dell’uomo e dunque l’agire tecnico. Nella misura in cui
dinanzi a quegli occhi appare invece ciò che la filosofia del nostro tempo ha chiamato “morte di Dio”, la tecnica può spingersi oltre i limiti che le sono imposti dalla vita di Dio. Ma, anche qui, altro
è che essa veda quella morte con gli occhi di una semplice fede, di un semplice e indeterminato rifiuto della tradizione, che, come l’atteggiamento religioso, è a sua volta una fede; altro è che veda quella morte con gli occhi del sapere essenziale della filosofia del nostro tempo, che non è una fede, ma riesce a scorgere l’impossibilità di ogni ordinamento immutabile e divino e quindi di ogni etica in cui si stabilisca l’alleanza con esso.
Il discorso che abbiamo sviluppato non esprime un progetto, un desiderio, una volontà, un suggerimento, un consiglio. Nel suo significato più profondo – che sta al di là della stessa dimensione in cui si muove la filosofia contemporanea – la filosofia non dice che cosa i popoli devono fare e volere, ma che cosa sono destinati a fare e a volere. In relazione alla situazione storica presente, dice a quale potenza suprema i popoli credono sempre di più di doversi alleare, ossia dice che il Pianeta è destinato alla dominazione della tecnica, intesa nel senso concreto a cui
abbiamo accennato, cioè come unione tra apparato scientifico-tecnologico e risultato essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo – un risultato essenziale, peraltro che a sua volta attende ancora di mostrare in piena luce la propria inevitabilità.
Ma, soprattutto, il discorso che abbiamo sviluppato non intende affermare che l’unione di tecnica e
pensiero filosofico del nostro tempo sia l’ultima parola. Tale unione sta certamente prendendo la parola e la sua voce è destinata a soverchiare a lungo le altre. Ma in questa sede si deve lasciare aperta la questione decisiva, quella in cui ci si chiede che cosa sia e quale sia “l’ultima parola”.

lunedì 31 gennaio 2011

I GRANDI POLITICI: ALDO ANIASI

“Profondamente legato alla città di Milano, Aniasi ha rappresentato nei prestigiosi incarichi ricoperti un esempio di passione e dedizione al bene della collettività”.
Il Presidente Emerito Carlo Azeglio Ciampi

Nell'attuale deserto culturale ed ideale della politica, diversi esponenti politici del passato, anche recente, assumono un rilievo particolare. Perché vi si riconosce in essi una capacità politica, un impegno ideale e civile, una onestà e valore intellettuale che oggi sono qualità del tutto scomparse.
Tra questi grandi politici, un posto in primo piano spetta ad Aldo Aniasi.
Di Aldo Aniasi ho la facoltà di poterne parlare con giusta causa per averlo conosciuto di persona, per avere avuto l'onore di godere della sua amicizia.
Grazie a questa amicizia, posso affermare che Aldo Aniasi oltre alle indiscusse qualità politiche è stato un uomo di grandissima umanità, di una educazione ed amabilità uniche, di una sensibilità nel comprendere il prossimo che si trova solo lungo il solco del socialismo umanitario. Nella storia culturale di Milano poi, Aldo Aniasi rimarrà per sempre tra le figure più rappresentative. Il Circolo De Amicis, da lui fondato, rappresenta senza alcun dubbio una associazione culturale di livello e fama mondiali.
Ma vi è una cosa che va al di là delle diversi fedi politiche e che accomuna tutti gli uomini veri: il riconoscimento di Aldo Aniasi come Simbolo del Combattente per la Libertà. Imperituro onore al Comandante Iso! Esempio fulgido di amore per la patria in uno spirito di fratellanza universale.
Solo se si riparte da esempi come questo può conservarsi una speranza di rinascita per questa povera Italia, oggi umiliata e derisa a causa di coloro che 'Iso' ha sempre fieramente combattuto.
Dalla breve biografia che riportiamo di seguito è d'obbligo sottolineare il passaggio in cui si dice che egli 'sostenne la necessità di disarmare le forze di polizia'.
Orbene, la necessità di disarmare le forze di polizia oggi è ancora più forte ed impellente. Poiché il Governo del Paese è nelle mani dei seguagi di Licio Gelli (P2), le forze armate di polizia costituiscono un pericolo serio per il popolo e per quel poco di sistema democratico che resiste, costituendosi di fatto a difesa dei Poteri Forti (Grande Capitale e servi al seguito).
La parola d'ordine dei 'Nuovi Partigiani' deve essere: DISARMIAMO LO STATO!
Alberto Re


Dalla Fondazione a lui intitolata abbiamo tratto i punti salienti della sua biografia.


FONDAZIONE ALDO ANIASI (sito internet http://www.fondazionealdoaniasi.it/)


Partecipò alla lotta di liberazione nelle file delle Brigate Garibaldi organizzate dal Partito Comunista Italiano, prendendo il nome di battaglia di Iso Danali (anagramma imperfetto del suo vero nome, più noto come Comandante Iso.). Da partigiano, combatté in Valsesia e successivamente in Ossola, diventando comandante della divisione partigiana “Redi”, al termine della Guerra era a capo della piazzaforte di Milano come componente del C.L.N.I., in tale veste celebrò un matrimonio che, al termine del conflitto, fu ritenuto valido e trascritto all’anagrafe, in quanto allora egli costituiva senza dubbio la massima carica civile i Milano.
Negli anni successivi alla guerra, è succeduto a Ferruccio Parri nel ruolo di presidente della Federazione Italiana Associazioni Partigiane.
Dopo la seconda guerra mondiale entrò in politica. Abbandonate le posizioni del PCI, militò prima nella corrente riformista del PSI, poi nel PSDI e successivamente di nuovo nel PSI. Ebbe una brillante carriera politica: consigliere comunale di Milano dal 1951, fu quindi assessore e, a partire dal 1967, sindaco del capoluogo lombardo. In tale occasione suscitò molte critiche quando, negli anni di terrorismo ad opera delle BR, sostenne la necessità di disarmare le forze di polizia. Fu lo stesso Aniasi a dare l’appoggio ai “comitati per una Polizia democratica” (il primo nucleo del sindacalismo in Polizia) che portavano dall’interno del corpo, l’istanza di smilitarizzazione (culminata con la legge 1 aprile 1981, numero 121)
Guidò la città fino al 1976, quando venne eletto alla Camera dei Deputati, dove rimase per cinque legislature, fino al 1994, e diventandone per 9 anni vicepresidente. All’inizio degli anni Ottanta fu per due volte ministro della Sanità, nei governi presieduti da Francesco Cossiga e Arnaldo Forlani; si deve a lui l’istituzione del servizio sanitario nazionale gratuito ed uguale per tutti. Fu quindi ministro per gli Affari regionali nei due governi Spadolini.
Amministratore di ospedali, consigliere della BNL. Fondatore dell’A.N.E.A. (Associazione Nazionale Enti di Assistenza), Aniasi fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare durante la Resistenza come Comandante partigiano e di Medaglia d’Oro “al Merito della Istruzione e della Cultura” per la sua attività politico-istituzionale.Dopo la crisi e lo scioglimento del Partito Socialista aderì al progetto dei Democratici di Sinistra, entrando nella direzione del partito.
QUARTO STATO

domenica 30 gennaio 2011

150 ANNI D'ITALIA


Non sono necessari lunghi discorsi.
Fatti salvi gli ideali risorgimentali ed il coraggio di combattente di Garibaldi, l'Unità d'Italia è nella verità storica il prodotto di un atto imperialista ed oppressivo del Regno Sabaudo, che all'epoca condivideva con lo Stato Pontificio il primo posto tra gli Stati Europei per la ferocia e la crudeltà esercitate nei confronti dei rispettivi sudditi.
Festeggiare l'Unità d'Italia? Sulla base di questi presupposti no di certo.
Solo attraverso la Lotta Partigiana, la ignominiosa fuga dei Savoia cui seguirono la nascita della Repubblica e la Costituzione di uno Stato di Diritto, è possibile trovare le motivazioni per amare la terra dei nostri padri.
Ma non basta. Occorre avere coscienza che l'attuale condizione dell'Italia esige la continuazione della Lotta Partigiana. Soprattutto in quest'ultimo ventennio (probabilmente peggiore di quello fascista, e non è una esagerazione affermarlo), il suolo italico è infangato da politici miserabili o, nel migliore dei casi, inetti e pusillanimi.
Se prima agivano in segreto, ora gli adepti della P2 sono usciti allo scoperto ed occupano tutti i più importanti e delicati posti di potere. Possiamo forse aspettarci da costoro di conoscere finalmente gli autori delle stragi che hanno insanguinato il suolo patrio? Proprio da quelli che almeno moralmente ne sono responsabili? Sostenuti da una ristretta cerchia di capitalisti che detiene il 95% della ricchezza nazionale, quale interesse avrebbero questi miserabili politici ad operare per una giusta politica fiscale? E' poi perlomeno utopistico sperare in un affrancamento dalla servitù subita da quella potenza guerrafondaia che porta il nome di Stati Uniti. Si potrebbe continuare a lungo, ma la malinconia mi assale. E con la malinconia lo sconcerto nel vedere come la maggior parte dei miei concittadini sia ridotta ad una massa di coglioni che indifferentemente vota per le veline o per scegliere chi si è già scelto. Protervia mascherata da Democrazia. Povera Democrazia, dove sei?
Quando le canaglie ed i loro servi (giornalisti, magistrati, forze del disordine) saranno messi in fuga come i Savoia (che ovviamente hanno fatto ritornare), allora potrò davvero festeggiare una Italia Liberata, una Italia fondata sul diritto.
Prima di allora, in prima linea a combattere.

Un partigiano

sabato 29 gennaio 2011

ANARCHIA - La purezza del pensiero politico


Il solo pensiero politico puro, incontaminato, luminoso perché l'unico non corroso dalla volontà di Potere si incarca nell'Anarchia.
L'anarchico è l'uomo che esprime il più elevato, ineguagliato ed incondizionato amore nei confronti dell'umanità intera.
L'Anarchia non è una delle tante forme di organizzazione politica. L'Anarchia parte certamente dalla politica ma per trascenderla. E l'Utopia costituisce la configurazione concreta della Trascendenza. E lo è in senso universale.
Per questo nella Filosofia Futura, l'Anarchia ricopre un ruolo essenziale.
Richiamando quanto scritto in precedenza su 'Il Libertarismo Contemporaneo' si aggiunga nella prospettiva di una Filosofia Futura che i prodotti immaginativi dell'intelligenza, i concetti a priori, tutta la farragine di lucubrazioni fantastiche considerate verità e sinora imposte come criterio base per il comportamento dell'uomo, stanno subendo da moltissimo tempo, per una cerchia ristretta, la sconfitta da parte della ragione e lo scredito da parte della coscienza.
Alberto Re

Io voglio:
Un tetto per ogni famiglia
del pane per ogni bocca
educazione per ogni cuore
luce per ogni intelligenza.
(Bartolomeo Vanzetti)

Riportiamo di seguito il testo di una celebre canzone di Léo Ferré:


GLI ANARCHICI


Non son l'uno per cento ma credetemi esistono
In gran parte spagnoli chi lo sa mai perché
Penseresti che in Spagna proprio non li capiscano
Sono gli anarchici

Han raccolto già tutto
Di insulti e battute
E più hanno gridato
Più hanno ancora fiato
Hanno chiuso nel petto
Un sogno disperato
E le anime corrose
Da idee favolose

Non son l'uno per cento ma credetemi esistono
Figli di troppo poco o di origine oscura
Non li si vede mai che quando fan paura
Sono gli anarchici

Mille volte son morti
Come è indifferente
Con l'amore nel pugno
Per troppo o per niente
Han gettato testardi
La vita alla malora
Ma hanno tanto colpito
Che colpiranno ancora

Non son l'uno per cento ma credetemi esistono
e se dai calci in culo c'è da incominciare
Chi è che scende per strada non lo dimenticare
Sono gli anarchici

Hanno bandiere nere
Sulla loro Speranza
E la malinconia
Per compagna di danza
Coltelli per tagliare
Il pane dell'Amicizia
E del sangue pulito
Per lavar la sporcizia

Non son l'uno per cento ma credetemi esistono
Stretti l'uno con l'altro e se in loro non credi
Li puoi sbattere in terra ma sono sempre in piedi