venerdì 17 giugno 2016

LUDWIG WITTENGSTEIN


ESTRATTO DA 'TRACTATUS LOGICO-


·         Tutto il senso del libro si potrebbe riassumere nelle parole: Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.[6] (Prefazione dell'autore)
·         Il mondo è determinato dai fatti e dall'essere essi tutti i fatti. (p. 1.11)
·         Ché la totalità dei fatti determina ciò che accade, ed anche tutto ciò che non accade. (p. 1.12)
·         I fatti nello spazio logico sono il mondo. (p. 1.13)
·         Il mondo si divide in fatti. (p. 1.2)
·         Una cosa può accadere o non accadere e tutto l'altro restare eguale. (p. 1.21)
·         Ciò che accade, il fatto, è il sussistere di stati di cose. (p. 2)
·         Noi ci facciamo immagini dei fatti. (p. 2.1)
·         L'immagine presenta la situazione nello spazio logico, il sussistere e non sussistere di stati di cose. (p. 2.11)
·         L'immagine è un modello della realtà. (p. 2.12)
·         Agli oggetti corrispondono nell'immagine gli elementi dell'immagine. (p. 2.13)
·         Gli elementi dell'immagine sono rappresentanti degli oggetti nell'immagine. (p. 2.131)
·         L'immagine consiste nell'essere i suoi elementi in una determinata relazione l'uno all'altro. (p. 2.14)
·         L'immagine è un fatto. (p. 2.141)
·         Un'immagine vera a priori non v'è. (p. 2.225)
·         L'immagine logica dei fatti è il pensiero. (p. 3)
·         «Uno stato di cose è pensabile» vuol dire: Noi ce ne possiamo fare un'immagine. (p. 3.001)
·         La totalità dei pensieri veri è un'immagine del mondo. (p. 3.01)
·         Il pensiero contiene la possibilità della situazione che esso pensa. Ciò che è pensabile è anche possibile. (p. 3.02)
·         Non possiamo pensare nulla d'illogico, ché altrimenti dovremmo pensare illogicamente. (p. 3.03)
·         Possiamo sì rappresentare spazialmente uno stato di cose che vada contro le leggi della fisica, ma non uno che vada contro le leggi della geometria. (p. 3.0321)
·         Non: «Il segno complesso <aRb> dice che a sta nella relazione R a b», ma: Che «a» stia in una certa relazione a «b», dice che aRb. (p. 3.1432)
·         Il pensiero è la proposizione munita di senso. (p. 4)
·         La totalità delle proposizioni è il linguaggio. (p. 4.001)
·         L'uomo possiede la capacità di costruire linguaggi, con i quali ogni senso può esprimersi, senza sospettare come e che cosa ogni parola significhi. – Cosí come si parla senza sapere come i singoli suoni siano emessi. Il linguaggio comune è una parte dell'organismo umano, né è meno complicato di questo. È umanamente impossibile desumerne immediatamente la logica del linguaggio. Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente cosí che dalla forma esteriore dell'abito non si può concludere alla forma dei pensiero rivestito; perché la forma esteriore dell'abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo. Le tacite intese per la comprensione del linguaggio comune sono enormemente complicate. (p. 4.002)
·         Tutta la filosofia è «critica del linguaggio». (p. 4.0031)
·         La filosofia non è una delle scienze naturali. (La parola «filosofia» deve significare qualcosa che sta sopra o sotto, non già presso, le scienze naturali.) (p. 4.111)
·         Scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri. La filosofia è non una dottrina, ma un'attività. Un'opera filosofica consta essenzialmente d'illustrazioni. Risultato della filosofia non sono «proposizioni filosofiche», ma il chiarirsi di proposizioni. La filosofia deve chiarire e delimitare nettamente i pensieri che altrimenti, direi, sarebbero torbidi e indistinti. (p. 4.112)
·         La proposizione è un funzione di verità delle proposizioni elementari. (La proposizione elementare è una proposizione elementare di sé stessa.) (p. 5)
·         I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo. (p. 5.6)
·         La logica riempie il mondo; i limiti del mondo sono anche i suoi limiti. Non possiamo dunque dire nella logica: Questo e quest'altro v'è nel mondo, quello no. Ciò parrebbe infatti presupporre che noi escludiamo certe possibilità, e questo non può essere, poiché altrimenti la logica dovrebbe trascendere i limiti del mondo; solo cosí potrebbe considerare questi limiti anche dall'altro lato. Ciò, che non possiamo pensare, non possiamo pensare; né dunque possiamo dire ciò che non possiamo pensare. (p. 5.61)
·         La forma generale della funzione di verità è: [P, ξ, N(ξ)]. Questa è la forma generale della proposizione. (p. 6)
·         Nella logica non possono mai esservi sorprese. (p. 6.1251)
·         La logica non è una dottrina, ma un'immagine speculare del mondo. La logica è trascendentale. (p. 6.13)
·         La matematica è un metodo logico. Le proposizioni della matematica sono equazioni, dunque proposizioni apparenti. (p. 6.2)
·         La proposizione della matematica non esprime un pensiero. (p. 6.21)
·         Nella vita, invero, non è mai la proposizione matematica stessa a servirci: la proposizione matematica l'usiamo solo per concludere da proposizioni, che non appartengono alla matematica, ad altre, che parimenti non appartengono ad essa. (p. 6.211)
·         Come v'è solo una necessità logica, così v'è solo una impossibilità logica. (p. 6.375)
·         Tutte le proposizioni son d'egual valore. (p. 6.4)
·         Il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v'è in esso alcun valore – né, se vi fosse, avrebbe un valore. Se un valore che ha valore v'è, dev'esser fuori d'ogni avvenire ed essere-cosí. Infatti ogni avvenire ed essere-cosí è accidentale. Ciò che li rende non-accidentali non può essere nel mondo, ché altrimenti sarebbe, a sua volta, accidentale. Dev'essere fuori del mondo. (p. 6.41)
·         È chiaro che l'etica non può formularsi. L'etica è trascendentale. (Etica ed estetica son uno.[7]) (p. 6.421)
·         Il mondo del felice è un altro che quello dell'infelice. (p. 6.43)
·         Tutta la moderna concezione del mondo si fonda sull'illusione che le cosiddette leggi naturali siano la spiegazione dei fenomeni naturali. (p. 6.371)
·         Vive eterno colui che vive nel presente. (p. 6.4311)
·         I fatti appartengono tutti soltanto al problema, non alla risoluzione. (p. 6.4321)
·         D'una risposta che non si può formulare non può formularsi neppure la domanda. L'enigma non v'è. Se una domanda può porsi, può pure aver risposta. (p. 6.5)
·         Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati. (p. 6.52)


giovedì 19 maggio 2016


LA NOBILTA’ DELLA POLITICA



MARCO PANNELLA

IL RITRATTO

Il divorzio, l'aborto, i diritti degli omosessuali, l'obiezione di coscienza antimilitarista, le battaglie contro la pena di morte e la partitocrazia, per la pace e la fame nel mondo. Un grande del Novecento, che è passato da Togliatti a Renzi, da De Gasperi a Craxi e Berlusconi. Amici, nemici, passioni e la biografia di Giacinto detto Marco


Ha dato il divorzio all’Italia. Quando i poteri forti cattolici, dal Vaticano alla Dc alle sue organizzazioni collaterali, non ne volevano sapere e frenavano, predicando tradizione e prudenza sul tema. Correvano gli anni Settanta, con le donne abbandonate alla clandestinità e alle mammane dei sottoscala e dei tuguri dell’Italia conservatrice e provinciale. Destino infame per le sfortunate decise o costrette a liberarsi di maternità indesiderate o impossibili da sostenere. A loro diede l’aborto legale e con esso l’assistenza delle strutture sanitarie pubbliche per affrontare e mitigare il dramma. Ha inventato le battaglie per i diritti civili, per l’obiezione di coscienza antimilitarista, per la dignità e i diritti degli omosessuali e delle donne. Ha combattuto la pena di morte, avversato la partitocrazia quando gli altri intascavano tangenti, ha alzato la bandiera del pacifismo e della fame nel mondo mentre in Parlamento e fuori sperperavano scannandosi per lottizzare Rai e aziende di Stato. Questo e altro, tanto altro ha regalato all’Italia. Ricavandone sovente sorrisi beffardi e plateali offese. Spesso al limite della sopportazione.

Sempre in minoranza, eppur capace, con la sua pattuglia radicale, di trascinare masse quando serviva e segnare nel profondo animo e storia del nostro Paese

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Se ne va Marco Pannella, altro grande del Novecento politico italiano. Probabilmente l’ultimo di una generazione preziosa. L’ultimo che ha avuto possibilità e modo di misurarsi e scontrarsi con i padri fondatori e leader dell’Italia repubblicana. Togliatti e De Gasperi, Einaudi e La Malfa, Moro e Berlinguer, Fanfani e Craxi. Con loro ha incrociato le armi della polemica. Ha discusso, litigato, ma anche costruito. Si è confrontato in un lasso di tempo straordinario con Benedetto Croce e Silvio Berlusconi, Ignazio Silone e (persino) Matteo Renzi. Sempre in minoranza, eppur capace, con la sua pattuglia radicale, di trascinare masse quando serviva e segnare nel profondo animo e storia del nostro Paese.

Mentre gli ospiti parlavano a lui veniva tanto di chiudere gli occhi e assentarsi, abbandonandosi al sottile filo di pensieri dal quale pareva sempre riemergere a fatica. Riemergeva parlando in dialetto stretto abruzzese tra lo stupore degli astanti

Adesso che è andato, certamente rivaluteremo il Marco. Sta accadendo, è già accaduto, anzi. E per questo la battuta corre, maledettamente facile. Guardate la fila di quelli che sono andati a rendergli omaggio nell’affollata mansarda romana di via della Panetteria. Massimo D’Alema, Fausto Bertinotti, Berlusconi, lo stesso Renzi. Tutti lì per il commiato finale, per le parole di circostanza e le lodi. Abbozzi di conversazioni. Semplici abbozzi confusi. Perché Marco assentiva, certo, interloquiva, bofonchiava anche chiedendo agli amici e collaboratori più stretti che lo assistevano di preparare comunicati su quelle visite illustri. “Forza compagni!”. Comunicatore instancabile, fino all’ultimo: “Telefonatelo alla radio”, il continuo refrain. Grande Pannella, anche se mentre gli ospiti parlavano a lui veniva tanto di chiudere gli occhi e assentarsi, abbandonandosi al sottile filo di pensieri dal quale pareva sempre riemergere a fatica. Riemergeva parlando in dialetto stretto abruzzese tra lo stupore degli astanti. Che abbondanza di vita, di idee e ricordi. E che spreco per un Paese umiliato da una classe dirigente distratta e sbiadita. Quegli ospiti importanti dicevano infatti di rimpiangere di non averlo visto senatore a vita. E quasi non riuscivano a perdonarsi per quel mancato laticlavio. Mentre il vecchio Marco prendeva a raccontare, in quel dialetto stretto e incomprensibile, confidando preziosi scampoli della sua infanzia lontana. Salvo riavvolgersi in se stesso, sempre in quel sottile filo. E assentarsi di nuovo.

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“Dire che con la ragazza puoi chiavare e con l’amico devi parlare, vuol dire dividere in due la propria vita. Un’assurdità”


Sono un bastardo”, ha detto di sé. Testardo padre abruzzese, madre francese “nata nella Svizzera tedesca”, per “metà provenzale e metà del Valais”. I bastardi, ha spiegato, “sono forti e intelligenti. Ma io non credo di essere un fenomeno”. Mai sposato, legato a Mirella Parachini (“La donna della mia vita”), felicemente bisessuale (“Dire che con la ragazza puoi chiavare e con l’amico devi parlare, vuol dire dividere in due la propria vita. Un’assurdità”), qualche figlio sparso qua e là con mamme che non si sono più fatte rivedere, Giacinto Pannella detto Marco, nasce a Teramo il 2 maggio 1930. Il papà (Leonardo) piccolo proprietario terriero e ingegnere, lavora in banca, nella sua città. “Cioè nel profondo Sud, perché questo erano gli Abruzzi di allora”, ha detto Pannella. Infanzia felice, “con molte donne, zie e contadine che mi accudivano”, giochi e allegria. E uno zio prete (“Da noi, come in tutte le famiglie del ceto medio nel Mezzogiorno, una o due persone per ogni generazione entravano nella Chiesa”), ma soprattutto colto e letterato, animatore di una rivista sulla quale ebbe modo di scrivere persino Benedetto Croce. Si parlava francese in casa Pannella, con Marco attaccatissimo ai suoi genitori che da Teramo seguì poi a Roma. Frequentando il liceo (“Non ero un bravo studente: se un libro o una pagina mi appassionavano mi ci buttavo sopra, se no me ne fregavo”) e iscrivendosi a Giurisprudenza.

Diventa un leader studentesco prima nell’Unione goliardica italiana e poi nell’Unione nazionale universitaria rappresentativa italiana, si iscrive a 15 anni al partito liberale frequentando la sede nazionale di via Frattina. Studi disordinati, si laurea ad Urbino, università più facile e abbordabile, con una tesi neanche scritta da lui: “La discussi per quattro ore, con undici professori”, racconterà. Riguardava “l’articolo 7 della Costituzione: il Concordato. Me l’ero fatta scrivere da alcuni amici, un capitolo ciascuno. Io non l’avevo neanche letta tutta”. Vita essenziale, spartana. “Non avevo neanche i soldi per il tram e mi facevo tutta Roma a piedi due volte al giorno”, ricorderà Pannella, che ogni tanto aiutava il padre per rimediare soldi. “Alto e magro come uno spettro, lavorava con una capacità incredibile”, ha raccontato l’ex segretario radicale Sergio Stanzani, ricordando il Marco di quegli anni: “Era diverso dagli altri: aveva una maturità e una consapevolezza superiore. Ma soprattutto possedeva già l’intransigenza interiore che lo distingue”.

Certo, il partito liberale non miete successi. Tanto che alle elezioni del 1948, pur alleandosi con i qualunquisti di Guglielmo Giannini, ottiene un misero 3 per cento. Ma Pannella si fa notare. “Fin dagli anni più acerbi della sua vita spiccava per il gusto della polemica, per la qualità degli argomenti e, come avrebbe detto Einaudi, per il felice paludamento verbale con cui difendeva le proprie tesi”, spiegherà un vecchio senatore del Pli, Augusto Premoli: “A queste doti non trascurabili, aggiungeva la fantasia, il fiuto nello stanare e nell’inventare temi che avrebbero fatto presa sull’opinione pubblica, e uno spiccatissimo senso del teatro. Per cui ad ascoltare Pannella, e ne valeva la pena, si aveva sempre l’impressione di far parte di una platea di spettatori non del tutto convinti, ma certo attratti dal livello della recita”.

“Perché nei giornali ci sono idee che non appaiono, idee che prendono corpo dentro di te, che diventano te stesso”

Legge Nietzsche, Tolstoj, naturalmente Croce e gli altri padri del pensiero liberale. Tanti amici di Pannella si invaghiscono di Marx, che lui liquida lapidariamente: “I miei compagni lo leggevano, ti citavano immediatamente la quarta o quinta risposta a Feuerbach. È la segnalazione che si fa liturgia o litania. Io non ho letto Marx, ma ne ho preso quel che mi occorreva”. Nel frattempo legge i giornali, il suo pane quotidiano, come scrive Marco Suttora nella biografia del leader radicale. Che spiega: “Perché nei giornali ci sono idee che non appaiono, idee che prendono corpo dentro di te, che diventano te stesso”.

Si faceva politica alla buona e con pochi mezzi in quegli anni studenteschi. Sulle altre sponde dei movimenti giovanili si muovevano futuri leader come il comunista Achille Occhetto e il socialista Bettino Craxi. Comincia a collezionare anche le amicizie che lo accompagneranno nella sua avventura radicale, come Stanzani, Gianfranco Spadaccia e Massimo Teodori. Pannella comincia a frequentare anche la redazione del Mondo, conosce Arrigo Benedetti, fondatore con Eugenio Scalfari dell’Espresso, entra in contatto con quelli che considererà sempre i suoi maestri, Mario Pannunzio (“Era la moralità. La sua indifferenza al potere fu il suo maggiore insegnamento”) ed Ernesto Rossi (“Aveva previsto tutto: il corporativismo di Stato, la mano pubblica che dà profitti a quella privata, il protezionismo”). Si imbeve del pensiero di Salvemini e Gobetti, per non parlare dei fratelli Rosselli, uomini, pensatori che citerà per la vita intera.

Nel 1955, con Pannunzio, Valiani, Scalfari, Libonati e altri fonda il Partito Radicale. Grande seguito sui giornali che contano, rinomati convegni come quelli del “Mondo”. Alle elezioni, però, solo batoste. Come nel 1958 quando, facendo liste comuni con il partito Repubblicano, riesce a spuntare appena un misero 1 per cento. La verità la scrive Giuliano Zincone: “Quello radicale è un partito di notabili insediati autorevolmente in alcuni organi di stampa. Non basta mettere insieme bei nomi di professori universitari e di apprezzati professionisti per vincere le elezioni”.

Un handicap, quello del minoritarismo, che, seppur mitigato dai consensi delle grandi campagne di opinione, resterà per sempre una caratteristica della creatura di Pannella. Che, da grande anticipatore, l’anno successivo propone liste comuni di tutte le sinistre. Ma neanche questa va. Anzi, il partito lo sconfessa, tanto da sentirsi costretto ad abbandonare il campo emigrando in Belgio (lavora in una fabbrica di scarpe) e poi in Francia, dove entra nella redazione del Giorno diventando persino giornalista professionista (lui che per tutta la vita polemizzerà con l’ordine).

Sono anni di profonda crisi per il partito radicale che arriva persino sulla soglia dello scioglimento. Ma Pannella ne raccoglie i resti e, nel 1963, ne diventa segretario. Inizia un lungo cammino: con Aldo Capitini, Marco scopre l’impegno pacifista ma, soprattutto, con pochi fedelissimi getta le basi per la sua battaglia più avvincente fondando la Lega italiana per il divorzio. Che, anno dopo anno, contribuisce alla crescita di quel grande movimento di opinione che nel 1970 contribuisce al varo della famosa legge Baslini-Fortuna e poi a vincere, quattro anni dopo, la grande sfida del referendum.

Nel frattempo, ecco il Sessantotto con la sua sbornia rivoluzionaria. Anni che, scriverà Pannella, coincideranno “con il nostro massimo isolamento politico”. Quando la borghesia italiana strizzava l’occhio a Potere Operaio “perché i suoi figli stavano lì dentro, noi polemizzavamo con Potop perché i loro cortei servivano solo a far rincasare con due ore di ritardo gli operai edili romani stanchi morti dal lavoro”. Giudizio duro, ma che non la dice tutta sull’appoggio che comunque Pannella e i radicali diedero al movimento studentesco prima e ai gruppi extraparlamentari poi, anche firmando come direttore responsabile i loro giornali. Eppure, quanta polemica con i loro dirigenti, con quelli che con tanto ardore avevano predicato rivoluzione e dittatura del proletariato salvo poi rifugiarsi in più tranquilli lidi borghesi: “Dove sono finiti tutti i leader del ‘68?”, si chiederà anni dopo Pannella. “Nell’industria culturale, nella pubblicità, nel marketing. Loro che accusavano noi di essere dei coglioni piccolo borghesi disinteressati alla lotta di classe”.

Arrivano gli anni Settanta. Pannella è ormai un protagonista della politica nazionale. Imperversa sui giornali e in televisione, dopo lo straordinario successo referendario del divorzio si getta nella battaglia per l’aborto (vinta anche questa), entra in Parlamento (1976) mentre incombono gli anni di piombo, quelli culminati nel sequestro e nell’assassinio di Aldo Moro e nella promulgazione della legislazione d’emergenza avversata duramente dal leader radicale. Nel 1979 diventa europarlamentare, due anni dopo ingaggia contro la Rai (“ladri di notizie”) una dura battaglia per il diritto di informazione, promuove referendum contro la caccia e l’energia nucleare, trasforma il partito radicale in partito transnazionale e transpartito, lancia la campagna per l’abolizione della pena di morte, sostiene i referendum (1990) contro la legge elettorale proporzionale e l’introduzione del maggioritario. Si allea nel 1994 con Silvio Berlusconi per rientrare in Parlamento (ma non ci riesce), ma poi archivia anche l’alleanza con il centrodestra promuovendo la campagna per la liberalizzazione delle droghe leggere. Ancora: sostiene il Dalai Lama (di cui è amico) e il governo tibetano in esilio; vara nel 2006 la Rosa nel pugno con i socialisti riapprodando nel centrosinistra; lancia una grande campagna per la pace, la proposta per l’ingresso di Israele nell’Unione europea, si candida persino alla segreteria del neonato Partito Democratico venendo naturalmente respinto.

Gandhiano e non violento, autore di interminabili scioperi della fame e della sete per le cause più disparate, arrestato più volte, processato e condannato

Questo e tanto altro che non si riesce a dire, ha fatto Pannella. Gandhiano e non violento, autore di interminabili scioperi della fame e della sete per le cause più disparate, arrestato più volte, processato e condannato. Per i suoi atti di disobbedienza civile, resistendo a pubblici ufficiali, fumando hashish in diretta tv, protestando in Italia e all’estero, dalla Gran Bretagna alla Cecoslovacchia. E passando ferragosti e Natali nelle carceri più sperdute d’Italia, nel frattempo facendo eleggere nelle aule parlamentari tanti personaggi, autorevoli e non. A cominciare da Leonardo Sciascia e Toni Negri, Enzo Tortora e Domenico Modugno. Per non parlare di Ilona Staller, la pornodiva Cicciolina. Una grande generosità nel valorizzare figure ed eccellenze italiane, ma anche un gusto grande per la provocazione. Un “genio” secondo alcuni, un “buffone” e un “impostore” per tanti altri. “Il Gandhi di via Veneto” ha scritto l’Unità; un “Frate laico”, l’ha invece definito Arrigo Benedetti; “Egonarcisista, talento sprecato”, l’ha bollato l’amico di una volta Massimo Teodori; “Uno con il complesso di Erostrato, ossessionato dal desiderio di far parlare di sé”, ha sentenziato l’altro radicale storico Mauro Mellini.

Un uomo complicato, certamente, un politico straripante. Che ha fondato partiti (da citare anche Radicali italiani e Lista Pannella, Amnistia giustizia e libertà e Riformatori), emittenti di prestigio (da Radio radicale a Teleroma 56) e lanciato leader a ripetizione, dai deludenti Giovanni Negri, Daniele Capezzone a Francesco Rutelli, alla ben più dotata Emma Bonino, di cui ha contribuito a fare la fortuna politica (deputata, commissario europeo, ministro, candidata al Quirinale) salvo poi vedersi negli ultimi anni abbandonato (“E’ stato un matrimonio di interessi che ha giovato a entrambi”, Teodori dixit). Che, come nessun altro politico italiano, ha speso la vita in proteste, manifestazioni, lunghe marce e tante campagne: le più recenti, quelle per il diritto umano e civile alla conoscenza e l’altra per la ragionevole durata dei processi. Senza voler mai fare danni a nessuno: “Agli italiani”, ha spiegato una volta, “non abbiamo mai procurato fastidi. Se organizziamo un corteo, sfiliamo sui marciapiedi per non innervosire gli automobilisti”.

Di sé invece, oggetto di infiniti ritratti giornalistici e varie biografie, ha detto: “Quando l’ho voluto, ho vissuto bene. Ho abitato a Parigi in place des Vosges, a Roma in un attico di palazzo Taverna. Poi ho capito che non ne valeva la pena e ho imparato a vivere con le cose essenziali. Oggi la mia spesa più grossa sono le sigarette: tre pacchetti al giorno”.

“Amo gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i non violenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione”

E poi il suo universo personale, le sue passioni, i riferimenti che hanno animato le sue battaglie, i suoi ideali: “Amo gli obiettori, i fuorilegge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i non violenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione”. E ancora: “Amo speranze antiche come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica”. Quanto alla droga, per la legalizzazione della quale tanto si è battuto, un giorno ha detto: “Fumare erba non m’interessa, per la semplice ragione che lo faccio da sempre. Ho un’autostrada di nicotina e di catrame dentro che lo prova, sulla quale viaggia veloce quanto di autodistruzione, di evasione, di colpevolizzazione e di piacere consunto e solitario la mia morte esige e ottiene”.

La morte, appunto. Al giornalista che lo chiedeva, lapidario, in 18 parole, come le poesie che negli anni Cinquanta amava comporre, così dettò il suo epitaffio: “Come posso dirvi che vado, senza aver prima deposto un po’ di quello che avete accumulato in me”. Questo ermeticamente disse immaginando di andare Giacinto Pannella detto Marco. Un uomo complicato, un pensatore e un leader a cui la terra non potrà non essere che lieve. Da abruzzesi non pentiti, ciao Marco.

domenica 15 maggio 2016



IL ROSSO E IL BLU

Tra ordine e caos, la scuola italiana d'oggi

Il professor Giovanni Prezioso (Riccardo Scamarcio), giovane motivato supplente di storia e letteratura, prende servizio presso una scuola superiore romana diretta dalla Preside Giuliana (Margherita Buy), dedita al suo ruolo con competenza ma rigida e fredda sul piano personale. Prezioso si trova a dover fronteggiare da subito una classe di studenti apatici e disinteressati, convinto però di riuscire a stimolare in loro un minimo di voglia di apprendimento. Nel corpo insegnate della scuola, non particolarmente brillante, spicca la bizzarra del professor Fiorito (Roberto Herlitzka), un vecchio insegnante di storia dell'arte alle soglie della pensione, letteralmente "scoppiato" che odia ferocemente i suoi allievi, per lui tutti indistintamente mentecatti ignoranti e incapaci di recepire qualsiasi nozione.


Il giovane Prezioso non si perde d'animo e si batte con ammirevole costanza per conquistare l'interesse dei suoi studenti, in particolare quello della bella Angela, una border line, che tenterà spudoratamente anche di sedurlo... La rigida Preside Giuliana è costretta suo malgrado, contraddicendo la sua convinzione che "il dentro e fuori della scuola" vadano distinti senza vie di mezzo, ad occuparsi di Brugoli, un ragazzo abbandonato dalla madre psicologicamente disastrata, ricoverato in ospedale. Durante e dopo il ricovero non potrà non provare per il ragazzo un po' del suo affetto, così faticosamente soffocato dentro se stessa. Perfino il cinismo del vecchio Fiorito sarà messo a dura prova dall'arrivo inaspettato nella sua triste e grigia esistenza di una sua vecchia allieva, che non ha mai dimenticato le sue belle e affascinanti lezioni di storia dell'arte. Una sorpresa per lui convinto dell'inutilità del suo lavoro.... Tra mille difficoltà, ma forse anche con qualche risultato, arriva l'agognato ultimo giorno dell'anno scolastico. Nonostante tutto, forse lì tra quei banchi sta nascendo una flebile speranza per un futuro meno cupo. Chissà. Al prossimo settembre....Tratto dal libro omonimo di Marco Lodoli, insegnante, scrittore e giornalista, Il rosso e il blu è un discreto film diretto da Giuseppe Piccioni (
Giulia non esce la sera; La vita che vorrei; Luce dei miei occhi; Fuori dal mondo). È un ritratto sociologico del mondo scolastico che fatica a ritrovare se stesso, soffrendo per la mancanza di regole certe, di modelli di riferimento, di una difficile comunicazione tra gli adulti e i ragazzi, di un'estenuante ricerca di ordine nel caos della vita, che può indurre l'insegnate nell'errore (il rosso e il blu per l'appunto del titolo). Una commedia corale, quella di Piccioni, volonterosa nella forma, ma che probabilmente non dice nulla di nuovo su di un tema già ampiamente affrontato in passato dal cinema ed anche dalla televisione. Bravi tutti gli interpreti, da Roberto Scamarcio a Margherita Buy e dal superbo Roberto Herlitzka. Ad aiutare nella non facile impresa anche i volti credibili dei ragazzi scelti dal regista, quasi tutti attori non professionisti, in grado di esprimere lo smarrimento di una società travolta da una crisi non solo economica, ma soprattutto morale ed esistenziale.


mercoledì 11 maggio 2016


KARL MARX






TESI SU FEUERBACH

 Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l'oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente. E' accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall'idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l'idealismo ignora l'attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l'attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell'Essenza del cristianesimo egli considera come schiettamente umano solo il modo di procedere teorico, mentre la pratica è concepita e fissata da lui soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Pertanto egli non concepisce l'importanza dell'attività "rivoluzionaria", dell'attività pratico-critica.

 II  La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. E' nell'attività pratica che l'uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica.

 III  La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell'ambiente e dell'educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l'ambiente e che l'educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen). La coincidenza nel variare dell'ambiente e dell'attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.

 IV  Feuerbach prende le mosse dal fatto che la religione rende l'uomo estraneo a se stesso e sdoppia il mondo in un mondo religioso immaginario, e in un mondo reale. Il suo lavoro consiste nel dissolvere il mondo religioso nella sua base mondana. Egli non si accorge che, compiuto questo lavoro, la cosa principale rimane ancora da fare. Il fatto stesso che la base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attraverso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente. Così, per esempio, dopo che si è scoperto che la famiglia terrena è il segreto della sacra famiglia, è la prima che deve essere criticata teoricamente e sovvertita nella pratica.

 V  Feurbach, non contento del pensiero astratto, fa appello all'intuizione sensibile; ma egli non concepisce il sensibile come attività pratica, come attività sensibile umana. 

VI  Feuerbach risolve l'essere religioso nell'essere umano. Ma l'essere umano non è un'astrazione immanente all'individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l'insieme dei rapporti sociali. Feuerbach, che non s'addentra nella critica di questo essere reale, è perciò costretto: a fare astrazione dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé e a presupporre un individuo umano astratto, isolato; per lui perciò l'essere umano può essere concepito solo come "specie", come generalità interna, muta, che unisce in modo puramente naturale la molteplicità degli individui. 

VII  Perciò Feuerbach non vede che il "sentimento religioso" è anch'esso un prodotto sociale e che l'individuo astratto, che egli analizza, in realtà appartiene a una determinata forma sociale. 

VIII  La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica.

 IX  L'altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l'intuizione dei singoli individui nella "società borghese".

  X  Il punto di vista del vecchio materialismo è la società "borghese"; il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l'umanità socializzata. 
XI  I filosofi hanno solo interpret

lunedì 9 maggio 2016




GIOVANNI GENTILE E L’ATTUALISMO


L’atto puro come autocoscienza originaria
Ma noi sappiamo che la percezione è essa stessa sensazione, e la sensazione essa stessa percezione; e che l’atto spirituale non è mai un farsi che poi si debba contemplare e avvertire; è sempre, a un tratto, un farsi che è vedersi, e viceversa. Così è da dire, che non c’è bisogno di agire oltre di conoscere, né c’è una pratica oltre la teoria, perché l’agire è conoscere, e il conoscere agire, e ogni pratica è teoria, perché la teoria, in quanto tale, è essenzialmente pratica.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 7]

Come negare la differenza tra una forma dello spirito che presuppone il mondo e un’altra che si attua in esso?


Eppure quest’enorme differenza cade tutta, se si osserva che essa si fonda su un concetto della realtà, che è falso… Il concetto, voglio dire, della opposizione tra la mente che conosce e la realtà conosciuta, la quale perciò è quella che è, indipendentemente dall’esser conosciuta: il concetto, pel quale ogni conoscenza vera è conoscenza d’altro e non di se stesso. Se noi invece pensiamo che l’oggetto del conoscere non è se non il soggetto stesso che si oggettiva guardandosi in seno, nell’atto stesso del conoscersi; che insomma la realtà è appunto il soggetto nell’atto del suo sviluppo, via via sempre nuovo, appunto perché reale nello sviluppo; è chiaro che il concetto del conoscere coincide esattamente col concetto di un’attività relativa a una realtà non presupposta, ma creata dall’attività stessa, ossia per l’appunto col concetto dell’agire.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 4]

Solo è da avvertire che questo concetto dell’agire va inteso con assai maggior rigore che per solito non sia: ponendo mente che la realtà, a cui si riferisce l’attività pratica, non è una realtà menomamente distinta di fatto dall’attività stessa: e che perciò l’agire è autoctisi. Non solo l’azione non è reale fuori del soggetto che la compie, ma né anche il suo prodotto, il suo effetto, l’oggetto suo.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte prima, Cap. XIII, § 5]

Nella realtà spirituale non c’è il puro fare del soggetto, né il puro esser fatto dell’oggetto: ma c’è il farsi, unità dei due termini e risoluzione della loro dualità.
[G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica, Vol. I, Parte terza, Cap. V, §1]

Guardato nell’attualità sua, il pensiero non si sdoppia realiter nel pensare e nel pensato, coscienza e oggetto di coscienza. Il pensiero è coscienza di sé, di quel sé che ei diviene in virtù della coscienza stessa.
[G. Gentile, Il metodo dell’immanenza, § 11, in “La riforma della dialettica hegeliana”]

Questa umanità non è un Deus absconditus, non è un Io segreto inaccessibile che, parlando e manifestandosi, esce fuori di sé, si oggettiva e snatura, cessando di essere quel che egli è per se stesso. Esso è in quanto si realizza; e realizzandosi si manifesta. E perciò il pensiero attuale è tutto; e fuori del pensiero attuale lo stesso Io è un’astrazione, da relegarsi nel grande armamentario delle escogitazioni metafisiche: entità puramente razionali e insussistenti. L’Io non è anima-sostanza; non è una cosa, la più nobile delle cose. Esso è tutto perché non è nulla. Sempre che sia qualche cosa, è uno spirito determinato: una personalità che si attua in un suo mondo: una poesia, un’azione, una parola, un sistema di pensiero. Ma questo mondo è reale, in quanto la poesia si sta componendo, l’azione si compie, la parola si pronunzia, il pensiero si svolge e si fa sistema. La poesia non c’era, e non ci sarà; c’è sempre in quanto si compone, o, leggendosi, si torna a comporre. Lasciata lì, cade nel nulla. La sua realtà è un presente che non tramonta mai nel passato, e non teme futuro. E’ eterna, di quella immanenza assoluta dell’atto spirituale, in cui non ci sono momenti successivi del tempo che non siano compresenti e simultanei.
[G. Gentile, Introduzione alla filosofia, Cap. II, § 7]

Questo il destino del pensato, di non poter dire di aver escluso assolutamente da sé il pensare, se non quando è diventato esso stesso pensare; di non potersi mai sequestrare nella sua solitudine infinita, se non quando abbia assorbito in se stesso il suo nemico, di cui vuole disfarsi, il pensante.
[G. Gentile, “Sistema di logica come teoria del conoscere”, vol. II, cap. II , § 2]


venerdì 6 maggio 2016


MIO INTERVENTO CRITICO


Il Da Porto, nel tardo Rinascimento, precorre di quasi 200 anni il Romanticismo e, tuttavia, egli è considerato ingiustamente, a mio e nostro avviso, un autore minore. Rispetto alla fama di un Petrarca o di un Dante, quasi certamente lo è, non abbiamo che tre soli lavori del Porto e di altri si ipotizza distrutti. Ma rispetto al valore estetico della sua opera, questa distanza non è poi così grande.
Nel Da Porto si misurano quindi aspetti salienti del Romanticismo anzitempo, ma anche, se vogliamo, del  più tardi Schopehnauer. Straordinaria è la comunanza con la razionalizzazione dell’orrore tipica dello Sturm und Grand (Tempesta e Impeto). Lo rileviamo in particolare in alcuni accenni macabri sulla fine della Novella ‘E, con l'aita del compagno prestamente aperta la sepoltura, vide la Giulietta, la quale tutta scapigliata e dolente s'era in sedere levata, e il quasi morto amante nel suo grembo recato s'avea.’    se non che io conosco voi, frate Lorenzo, uomo di buona condizione, io direi che a spogliare gli morti foste qui venuti. Gli frati, spento il lume, risposero: quel che noi facciamo non saperai, che a te di saperlo non appartiene. Rispose colui: vero è; ma dirollo al Signore. Al quale frate Lorenzo, per disperazione fatto sicuro, soggiunse: di' a tua posta; e, serrata la sepoltura, col compagno entrò nella chiesa.’
In generale si deve dire che nel Romanticismo e qui nel Da Porto precursore, è insita la concezione della autodeterminazione del singolo individuo, per cui ‘homo faber ipsius fortunae’ (l’uomo è artefice della propria sorte ). Da cui non più Dio al centro o sullo sfondo del racconto, come nella concezione tolemaica, ma l’uomo con i sui limiti, il suo dolore e la sua felicità. Questi opposti sentimenti trovano quindi nell’amore il punto focale. E’ l’amore che, unicamente, può dare senso o non-senso alla vita.
La sua generale accezione platonica non riesce peraltro a nascondere un reale ed impetuoso erotismo - e la cosa si nota tra le righe. E proprio perché si impone Eros, l’eros per eccellenza, ecco che immediatamente abbiamo il legame con Thanatos.
L’idea platonica dell’amore, fondamentale in Dante e in Petrarca, è in sintonia con le idee eterne ed assolute, dove la morte non è presente.
Eros invece, come appena detto, nutre in sé la morte, è indissolubile. E morte ed eros sono elementi pervasivi nella narrazione di amori tragici. In cima ai quali sta la storia di Giulietta e Romeo.                                                                          La passione che scuote i due amanti è intensa ed incontrollabile. Vuole essere eterna. Come può pretendere la razionalità platonica.  Ma proprio perché è amore passionale, il tragico Destino è nelle sue corde. Qui c’è da giurare che il Da Porto avesse conoscenza di tragici avvenimenti accaduti a Verona. In particolare pare essersi ispirato alla vicenda di re Alboino e Rosmunda. Ma non importa quali siano le cause (nel nostro caso la feroce ostilità tra le famiglie Cappelletti e Montecchi, che fa pensare alla lotta che ha contrassegnato i secoli precedenti tra Guelfi e Ghibellini): gli eventi non possono che precipitare nel dramma stante il loro inizio. Particolare questo, ovvero che le cose cominciano bene e finiscono male, che ricorre anche in altri scritti del Da Porto, esattamente al contrario di Dante – e il sommo poeta è importante per Da Porto, perché ne prende i cognomi come abbiamo visto nel canto VI del Purgatorio. Ecco dunque la folgorazione amorosa che non lascia spazio ad alcuna ragione o ragionevolezza. Dove ciò che si libera è l’Es dei due con le sue pulsioni incontrollabili.                       Tutto avviene in breve tempo. Perchè tanto più i sentimenti sono potenti  ed  irrefrenabili tanto più sono  rapidi e precipitosi gli eventi che li seguono.
Giulietta e Romeo si innamorano e in pochi giorni si sposano, nella novella, cioè nella ideazione letteraria del Da Porto. La soluzione che hanno voluto, si compie. Il ciò che è, è e rimane. Quantunque tutto pare convenire secondo Necessità, non si può non rilevare una tensione verso la Libertà. Certo, una libertà che altera la realtà. E che metafisicamente scaturisce dalla imprevedibilità. L’imprevedibile che mette in discussione il compiuto. Giulietta, per volontà del padre, deve andare sposa al nobile Lodrone. Le vie intraprese per evitare il triste epilogo, non eviteranno il tragico seguito..
La storia è di grande bellezza. Cominciando dalla bellezza dei due protagonisti.  Di Romeo, il Da Porto dice che ‘Era costui giovane molto, bellissimo, grande della persona, leggiadro e accostumato assai’ e di Giulietta la quale di soprannaturale bellezza, e baldanzosa e leggiadrissima era.’ Se si racconta l’Amore nella sua essenza, l’Amore è bellezza, e fa più belli gli amanti che vi si votano. Una bellezza che necessariamente immaginiamo accompagnata da Felicità e Fortuna. Perché così, intimamente, ognuno di noi vorrebbe che sia. Ma la bellezza è ancor prima legata alla Verità e la verità dice che l’uomo è un ‘essere per la morte’.
Allora sta nella verità che l’amore immensamente grande tra Giulietta e Romeo non possa che finire tragicamente, perché innaturale. Proprio quando l’amore non conosce limiti, è sovrabbondante, alimentando la gelosia, ecco che allora si trasforma in una prigione e il suo Destino è segnato. Leggiamo il Da Porto: ‘lo star molto nella prigion d'Amore si disdica, sì tristi son quasi tutti i fini, ai quali egli ci conduce, ch'è un pericolo il seguirlo’
Il pericolo che vive l’amore lo avvertiamo ad ogni passo della Novella, quasi che i due amanti fossero una preda. In parte prevedibile come è quello che scaturisce dal conflitto delle due famiglie,  in parte imprevedibile come è l’evolversi della situazione che porterà i due amanti al suicidio, non voluto, ma scatenante dalla forza dell’inconscio.
Soprattutto l’imprevedibilità contraddistingue il pericolo e di qui l’ansia, l’angoscia che investono l’attesa del futuro. Ansia e angoscia che raggiungono l’apice nelle storie tragiche come è questa di Giulietta e Romeo. Nessuna scienza, nessun calcolo applicati al presente sono in grado di prefigurare, se non in minima parte, ciò che avverrà nel futuro.
E così le dolenti note di Giulietta: che farò io senza di voi? di più vivere non mi dà il cuore, meglio fora ch'io con voi, ovunque ve ne andaste, mi venissi.’ E ancora  O misera me! di cui prima mi dolerò? della morte, o di me stessa?. Ed ancora lo struggersi di Romeo: ‘Come senza di voi veggo, parlo, e vivo? O misera mia donna, ove sei d'Amore condotta, il quale vuole che poco spazio due tristi amanti e spinga e alberghi! Oimè! questo non mi promise la speranza, e quel disio che del tuo amore prima mi accesero. O sventurata mia vita, a che più ti reggi?’
Nel rappresentare l’angoscia il Da Porto raggiunge il livello delle grandi tragedie greche (probabilmente il suo intento era di misurarsi con quelle) e in questo senso ispira più tardi Shakespeare nel suo ‘Romeo e Giulietta’. Ma se possibile l’angoscia è ancora più profonda, perché nella narrazione del Da Porto non vi è quella valenza catarchica presente in Eschilo o Sofocle.
Diversamente, la novella si chiude con una invettiva contro le donne : O fedel pietà, che nelle donne amicamente regnavi, ove ora se' ita? In qual petto oggi t'alberghi? Qual donna sarebbe al presente, come la fedel Giulietta fece, sopra il suo amante morta? Quando fie mai, che di questa il bel nome dalle più pronte lingue celebrato non sia? Quante ne sariano ora, che non prima l'amante morto veduto arebbono, che trovarne un altro si ariano pensato, non che elle gli fossero morte allato?’  Nella volontà di liberarsi dalle catene (dell’amore) troviamo un impeto libertario, che è uno dei segni del ‘500.
Il dolore non ha alcun sollievo. Non pare purificarsi attraverso la Poesia. Non trova rassegnazione una volta che esso si sia compiutamente dispiegato. La ferita è sempre aperta e il tardivo pentimento delle famiglie dei Cappelletti e Montecchi e sopra i loro morti figliuoli piagnendo, da doppia pietà vinti (avvegnachè inimici fussero) s'abbracciorono, in modo che la lunga nimistà tra essi e tra le loro case stata, e che nè prieghi di amici, nè minaccie del Signore, nè danni ricevuti, nè tempo avea potuto estinguere, per la misera e pietosa morte di questi amanti ebbe fine’ non la chiude.
Dolore straziante anche perché la tragedia è in fin dei conti causata da un banale contrattempo, e questo contrattampo fa una stora simile all’oggi, dove, il ritardo di e per un appuntamento è ormai palese. La lettera di Giulietta che spiegava la sua apparente morte non arriva infatti a Romeo: ‘Avea frate Lorenzo, il quale per alcuna bisogna del monasterio poco fuori della città era andato, la lettera della Giulietta, che a Romeo dovea mandare, data ad un frate che a Mantova andava; il quale giunto nella città, ed essendo due o tre volte alla casa di Romeo stato, nè per sua gran sciagura trovatolo mai in casa, e non volendo la lettera ad altri che a lui proprio dare, ancora in mano l'aveva’
Ma occorre dire che è proprio la casualità a rendere viva l’angoscia. Quando, là dove avrebbe dovuto albergare solo la Felicità Dall'altro canto la giovane, poco ad altro che a lui solo pensando, dopo molti sospiri tra se stimò lei dovere sempre felice essere, se costui per isposo avere potesse’ per uno scherzo del destino sopravviene il dolore.                                                                            Allora ci troviamo davanti ad una realtà in cui è arduo trovare un senso. Non ci si capacita infatti della irrazionalità con cui si sono susseguiti gli eventi. Fino a pensare alla volontà di un Dio capriccioso e vendicativo.                                                        Pure Dio non ha luogo nella Storia. Lo si cita solo come testimone: acciocché voi insieme con Iddio a quello, che d'amore astretta vengo a fare, testimonio siate’ .
Tutto è ricondotto alla condizione umana. Tutto è umano, troppo umano. Lo è Eros; lo è Thanatos quale ineluttabile compimento di Eros. Certo la passione amorosa è un accidente dell’anima, ma tale passione origina pur sempre dalla sensualità e carnalità, dalla visione dell’occhio e dai relativi desideri. Così leggiamo: o bocca, da me mille volte sì dolcemente baciata! o bel petto, che il mio cuore in tanta letizia albergasti’. E ancora: Costui, preso alquanto di ardire, seguì: se io a voi con la mia mano la vostra riscaldo, voi co' begli occhi il mio core accendete ‘.                                                 D’altra parte solo quando l’Amore è Eros (e non Agape o Filia), è possibile l’accadimento tragico.

E’ questo che racconta la ‘Historia novellamente ritrovata di due amanti’ sulle righe. Dove gli accenti drammatici sono invero temperati da una soffusa e struggente tristezza.  Quella tristezza che corrisponde alla condizione esistenziale del Da Porto. Ma che insieme corrisponde allo spirito della storia e ne determina il suo valore poetico, la sua denotazione di senso.
Sin qui l’analisi testuale dell’opera letteraria. Ma vi sono importanti annotazioni da fare, che non procedono dalla lettura della Novella. La Novella il Da Porto la dedica alla cugina Lucina Savorgnana. D’impulso si sarebbe portati a considerare che Lucina sia la ‘Giulietta’ di Luigi Da Porto. Sia l’amore della sua vita. Se amore è stato, ed è stato, secondo me, però amore passeggero. Dalla dedica si evince chiaramente che la storia d’amore che il Da Porto invita a leggere, è estranea ad una possibile passione amorosa tra i due, e chi l’ha letto diversamente non ha capito nulla. Il Da Porto si rivolge a Lucina non come fosse la sua amata, ma richiamando il vincolo di sangue e la dolce amicizia come anco per lo stretto vincolo di consanguinitade e dolce amistà, che tra la persona vostra e chi la descrive si ritrova’, il chè è ben diverso.                                                Fondamentale è rilevare ancora che tratto distintivo della Novella è l’allegoria, molto in uso ai tempi del Da Porto e a quelli appena precedenti (Dante docet). Attraverso l’allegoria traspare poi qualcosa di arcano, come è ad esempio il riferimento alla Pasqua di maggio, che può avvenire solo in ambiente ortodosso o della chiesa di Costantinopoli ed altre parentesi che il nostro libro svilupperà. Questi ed altri aspetti conducono infine a ritenere che il Da Porto fosse legato ad ambienti della Massoneria o dei pre-Rosacroce o altra fraterna. Ma, fors’anche alla celebrazione della famiglia Savorgnan alla ricerca, come dice l’amico Vanni De Conti, dell’indipendenza da Venezia e l’Impero per una libertà tutta friulana in quella atavica ricerca di una identità, di una libertà e di una patria propria, perché se vogliamo basta scorrere la storia dei Savorgnan dal primo Federico (gastaldo e capitano di Udine nel 1200, a Tristano nel 1400) e poi oltre, per capire che c’era un qualche disegno della famiglia e probabilmente a grandi linee pianificato